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Vetro incamiciato di Murano: la tecnica degli strati che trasforma la luce in colore

    Ci sono oggetti che sembrano semplici finché non li guardi controluce.

    Un vaso blu, tutto sommato normale, tenuto davanti a una finestra illuminata: improvvisamente il blu non è più blu, è un velo di trasparenza su un cuore bianco opaco, e la luce lo attraversa in un modo che il vetro pieno non potrebbe mai fare.

    Quello che stai guardando è quasi certamente un oggeto in vetro incamiciato.

    L’incamiciatura è una tecnica che trasforma il vetro in un oggetto stratificato: non un colore uniforme, ma due o più strati sovrapposti con caratteristiche e trasparenze diverse.

    Il risultato è un effetto cromatico che cambia con l’angolo di osservazione e con la qualità della luce, qualcosa che una fotografia cattura solo in parte, e che bisogna tenere in mano per capire davvero.

    In questo articolo ti racconto da dove viene questa tecnica, come si realizza, qual è la differenza con il vetro sommerso, e cosa rende certi oggeti incamiciati degli oggetti da collezione.

    → Leggi anche: Murrine e vetro di Murano: storia, lavorazione e segreti di un’arte millenaria

    Le origini: Benedetto Barbaria e il 1815

    La prima notizia documentata sull’incamiciatura a Murano risale al 1815.

    Il protagonista è Benedetto Barbaria, maestro vetraio muranese di cui non sappiamo moltissimo, uno di quei personaggi che la storia dell’artigianato spesso non celebra abbastanza, che in quell’anno era già in grado di produrre “vetri soffiati a due strati di smalto”.

    La formula è tecnica, ma la sostanza è rivoluzionaria: invece di soffiare un vetro con un solo colore uniforme, Barbaria lavorava due strati distinti fusi insieme.

    Un’intuizione apparentemente semplice, che apriva però uno spazio creativo enorme: la combinazione di due materiali con caratteristiche ottiche diverse, opaco e trasparente, chiaro e scuro, bianco e colorato, produceva effetti che nessun vetro a strato singolo avrebbe mai potuto replicare.

    Da quel primo esperimento, la tecnica si sviluppò lentamente nel corso dell’Ottocento, affinandosi nelle fornaci muranesi fino a diventare uno dei codici distintivi della produzione vetraria veneziana tra il XIX e il XX secolo.

    L’incamiciatura rimase però a lungo nell’ombra rispetto ad altre tecniche più scenografiche come le murrine e la filigrana, fino a quando, negli anni Cinquanta del Novecento, un incontro fortunato tra un designer e una manifattura la portò al centro dell’attenzione internazionale.

    Flavio Poli e il vetro sommerso: quando il design incontra la tradizione

    Per capire l’incamiciatura bisogna fare un passo indietro e capire il vetro sommerso, una tecnica strettamente imparentata, ma con una storia e un’estetica proprie.

    Il sommerso nasce a Murano verso la fine degli anni Trenta del Novecento, ma è negli anni Cinquanta che diventa icona internazionale del design italiano.

    Lo si deve a un uomo: Flavio Poli (1900–1984), designer e direttore artistico della Seguso Vetri d’Arte dal 1934 al 1963.

    Poli era un architetto di formazione con un occhio asciutto, moderno, quasi scultoreo.

    Quando prese in mano la tecnica del sommerso, vetro stratificato a strati spessi, con colori intensi e contrasti decisi, la trasformò in qualcosa che con l’artigianato tradizionale veneziano aveva poco a che fare.

    I suoi vasi Seguso degli anni Cinquanta sono blocchi di luce solida: forme essenziali, geometrie pure, strati di verde, arancio, rubino fusi insieme con una precisione chirurgica.

    Nessun elemento ornamentale superfluo, solo la materia e il colore.

    Nel 1954, alla prima edizione del Compasso d’Oro, Poli vinse il premio con il “grande Vaso Blu Rubino” per Seguso: un riconoscimento che consacrò il vetro sommerso come una delle espressioni più alte del design italiano del dopoguerra.

    A quello seguirono quattro Gran Premi alla Triennale di Milano e numerosi riconoscimenti internazionali.

    Il nome di Poli e quello della Seguso diventarono inseparabili e il vetro sommerso muranese entrò nelle collezioni dei musei di design di mezzo mondo.

    Oggi, un vaso sommerso firmato Flavio Poli per Seguso degli anni Cinquanta o Sessanta è uno degli oggetti più ricercati nel mercato del vetro di Murano collezionistico.

    Le quotazioni nelle aste internazionali riflettono quella storia.

    Incamiciato e sommerso: la stessa idea, due risultati diversi

    A questo punto ti chiederai: ma allora qual è la differenza tra incamiciato e sommerso? La risposta breve è: lo spessore degli strati. La risposta lunga è un po’ più interessante.

    Entrambe le tecniche si basano sulla sovrapposizione di strati vitrei di colore e trasparenza diversa.

    La differenza fondamentale è nelle proporzioni: nel vetro sommerso gli strati sono spessi, consistenti, misurabili in millimetri.

    Il risultato è un oggetto pesante, con una profondità ottica marcata, quasi solido, dove i colori si leggono come blocchi distinti sovrapposti.

    Il “rubino dentro il verde” di un vaso Poli è inconfondibile: ci sono strati, e si vedono chiaramente.

    Nel vetro incamiciato, invece, gli strati sono sottili, frazioni di millimetro, e questo cambia tutto.

    Il colore esterno non copre quello interno: lo filtra.

    La luce che attraversa un vaso incamiciato deve passare prima per lo strato esterno, poi per quello interno, e il risultato è una modulazione cromatica che cambia con l’illuminazione.

    Un lattimo ricoperto di blu trasparente non è semplicemente “blu”: è un blu che al sole diventa quasi viola, di notte vira verso un cobalto profondo, controluce mostra il bianco che respira sotto.

    Un’altra differenza pratica: il vetro incamiciato è più leggero, e permette forme più elaborate e sottili.

    Il sommerso, con i suoi strati spessi, tende verso oggetti massicci, scultorei. L’incamiciato, con la sua leggerezza, si presta a vasi slanciati, coppe sottili, bicchieri.

    Due estetiche molto diverse, pur partendo dallo stesso principio.

    Come si realizza il vetro incamiciato: il processo in fornace

    Realizzare un pezzo incamiciato richiede quella combinazione di controllo tecnico e sensibilità artigianale che è il marchio di fabbrica dei maestri di Murano.

    Non è una tecnica per chi ha poca esperienza davanti alla canna da soffio.

    Il processo comincia con la raccolta del primo strato.

    Il maestro preleva con la canna da soffio una porzione di vetro fuso del primo colore, spesso il lattimo bianco, il vetro bianco opaco che nella tradizione veneziana imita la porcellana e lo soffia fino a dargli una forma base: una bolla sottile, ancora aperta alla trasformazione.

    A questo punto avviene il passaggio chiave: l’oggetto parzialmente formato viene immerso in un crogiolo contenente vetro fuso di colore diverso.

    Il vetro del crogiolo aderisce allo strato precedente, avvolgendolo.

    Poi si soffia ancora, allargando entrambi gli strati insieme fino alla dimensione desiderata e qui sta la difficoltà: mantenere lo strato esterno uniformemente sottile su tutta la superficie dell’oggetto, senza che si assottigli troppo negli angoli o si accumuli sulla base.

    Il Vetro di Murano: il vetro incamiciato
    Particolare lavorazione vetro incamiciato

    È un lavoro di polso, di esperienza, di lettura continua del materiale che responde al calore.

    Se si vuole un terzo strato, o un quarto, si ripete l’immersione.

    Ogni strato aggiunge complessità e difficoltà tecnica: la temperatura degli strati deve restare compatibile, i coefficienti di dilatazione devono essere calcolati per evitare che il pezzo si spacchi durante il raffreddamento.

    Non tutti i vetri si “incamiciano” bene tra loro: scegliere le combinazioni giuste è un sapere che si trasmette in fornace, non si legge nei libri.

    La rifinitura finale, la formatura a caldo con le borselle, la chiusura della base, l’eventuale soffiatura in stampo, è identica a quella di qualsiasi altro oggetto soffiato.

    Ma il risultato è un’opera che porta dentro di sé una storia di strati, temperature e decisioni prese in pochi secondi davanti al fuoco.

    Gli effetti cromatici: perché l’incamiciato non è mai “solo un colore”

    Una delle ragioni per cui il vetro incamiciato affascina i collezionisti è proprio la sua capacità di cambiare sotto la luce.

    Non si tratta di un effetto scenografico fine a sé stesso: è la conseguenza fisica della struttura a strati e ogni combinazione produce qualcosa di diverso.

    La combinazione classica, quella che probabilmente vedi più spesso nelle fornaci muranesi storiche, è il lattimo con strato esterno colorato.

    Il lattimo, nome che deriva da “latte”, e che indica un vetro bianco opaco prodotto tradizionalmente con ossido di stagno, riflette la luce dall’interno verso l’esterno, creando un effetto di luminosità diffusa che un vetro trasparente non può dare.

    Ricoperto da un sottile strato di blu, verde o rosso trasparente, produce un colore che sembra illuminato dall’interno.

    Le opere lattimo-blu degli anni Venti e Trenta del Novecento, prodotte da varie manifatture muranesi, sono esempi perfetti di questa combinazione.

    Una nota tecnica importante per chi si occupa di collezione: il lattimo tradizionale prodotto a Murano fino alla metà del Novecento conteneva quantità significative di ossidi di arsenico come opacizzante.

    Questi composti sono stati successivamente vietati per ragioni di sicurezza, e non è più possibile produrre lattimo con la stessa composizione chimica.

    I pezzi storici con questa formulazione originale sono quindi, per definizione, irriproducibili, un fattore che incide sul valore dei pezzi d’epoca.

    L’altra combinazione ricorrente è colore su cristallo: uno strato interno di vetro colorato (rosso, verde ambra, giallo zolfo) ricoperto da un sottile velo di cristallo trasparente.

    L’effetto è opposto al lattimo: il colore appare più puro, protetto, quasi incapsulato e acquista una brillantezza e una profondità che il colore pieno non ha.

    Sono opere che sembrano avere una terza dimensione.

    Le varianti multicromia, con tre o più strati di colori diversi, rappresentano il livello di difficoltà più alto e i gli oggetti più rari.

    Ogni strato in più moltiplica le possibilità di errore (e i possibili difetti) ma, quando riesce, produce effetti ottici cangianti che cambiano completamente al variare della luce.

    Valore e collezionismo: cosa cercare in un oggetto incamiciato

    Come per tutte le tecniche muranesi, il valore di un oggetto incamiciato dipende da una combinazione di fattori che non è sempre intuitiva.

    L’età da sola non basta e in questo il vetro di Murano differisce in modo netto dall’antiquariato tradizionale.

    Il primo fattore è la firma e la manifattura.

    Un oggetto incamiciato prodotto dalla Seguso Vetri d’Arte sotto la direzione artistica di Flavio Poli vale in modo molto diverso da un oggetto anonimo della stessa epoca, tecnicamente identico.

    Le manifatture storiche come Barovier & Toso, Venini, Seguso, Fratelli Toso, Carlo Moretti hanno costruito una reputazione collezionistica precisa, con quotazioni consolidate nei mercati internazionali.

    Cercare la firma o l’etichetta della manifattura (sull’incisione della base, su un’etichetta cartacea, sulla documentazione di provenienza) è sempre il primo passo.

    Il secondo fattore è la qualità dell’incamiciatura: uniformità degli strati su tutta la superficie, assenza di bolle o inclusioni involontarie, precisione nella transizione cromatica.

    Un oggetto dove lo strato esterno si è assottigliato troppo in certe zone, o dove si vedono irregolarità nella distribuzione del colore, è tecnicamente meno riuscito e il mercato lo riconosce.

    Il terzo è il periodo storico.

    Come ho già detto per le murrine, il Novecento, in particolare gli anni Venti-Settanta, è il periodo d’oro del vetro di Murano collezionistico.

    Le opere di quegli anni, prodotti in un contesto di fermento creativo irripetibile, hanno una domanda stabile sia in Italia che all’estero, con interesse crescente dal mercato americano e asiatico.

    Il quarto fattore, spesso sottovalutato, è lo stato di conservazione.

    Il vetro soffiato sottile dell’incamiciato è delicato per definizione: scheggiature, restauri invisibili a occhio nudo ma rilevabili con luce di Wood, opacizzazioni superficiali da pulizie aggressive abbattono il valore in modo significativo.

    Un pezzo integro, con la superficie originale intatta, può valere il doppio di uno con anche un singolo difetto minimo.

    Come riconoscere un vetro incamiciato autentico: cosa guardare

    Distinguere un vetro incamiciato autentico di Murano da un’imitazione industriale, o semplicemente da un vetro colorato di produzione non muranese, non è sempre immediato, ma ci sono segnali concreti su cui orientarsi.

    Il primo è l’effetto degli strati alla luce: un autentico oggetto in vetro incamiciato mostra, controluce, la stratificazione dei materiali.

    Il colore cambia, si modula, mostra il fondo.

    Un vetro industriale colorato in massa non ha questa proprietà: il colore è uniforme e “piatto”, identico a qualsiasi angolazione e con qualsiasi illuminazione.

    Il secondo è la presenza di piccole imperfezioni controllate: il lavoro a mano produce inevitabilmente una leggera asimmetria nella forma, micro-bolle d’aria tra gli strati o nella massa vitrea, variazioni minime nell’uniformità dello strato esterno.

    Non sono difetti: sono la firma del lavoro artigianale. La perfezione assoluta, su un oggetto che si dichiara soffiato a mano, è un segnale di allarme.

    Il terzo segnale è il peso: il vetro di Murano, anche l’incamiciato, che è più sottile del sommerso,vha una densità e una consistenza percepibili.

    Un oggetto che sembra troppo leggero per le sue dimensioni è spesso prodotto con vetro di qualità inferiore o con tecniche di soffiatura che usano meno materiale.

    Il quarto è il marchio o la firma: il marchio collettivo “Vetro Artistico® Murano” (l’adesivo olografico con numero di serie introdotto dalla Regione Veneto nel 1994) o la firma incisa sulla base da parte della manifattura o del maestro.

    Le opere precedenti al 1994 non hanno il bollino, ma possono avere etichette originali della fornace, da verificare nella coerenza con lo stile e il periodo dell’oggetto.

    Per i pezzi storici di manifatture importanti, la documentazione di provenienza (ricevute, cataloghi d’epoca, fotografie) aggiunge valore e certezza.

    In assenza di documentazione, una perizia da parte di un esperto che conosce le manifatture muranesi è il modo più affidabile per stabilire autenticità e valore.

    Hai un vaso incamiciato in casa e non sai cosa vale?

    Il vetro di Murano è uno di quei settori dove le sorprese sono frequenti.

    Oggetti acquistati anni fa come semplici oggetti decorativi si rivelano produzioni Seguso degli anni Cinquanta con una quotazione d’asta che nessuno si aspettava.

    Oggetti presentati come “antichi vetri veneziani” si rivelano produzioni recenti di importazione senza alcuna relazione con Murano.

    Non è un problema di buona o mala fede: è che il vetro incamiciato richiede un occhio allenato e una conoscenza del mercato che non si improvvisa.

    Il lattimo pre-bellico ha caratteristiche diverse da quello postbellico.

    Le forme Poli degli anni Cinquanta si distinguono dalle imitazioni degli anni Settanta per dettagli che si vedono solo se sai cosa cercare.

    La differenza di valore può essere di un ordine di grandezza.

    Se hai in casa un vaso, una coppa o qualsiasi altro oggetto in vetro di Murano che potrebbe essere incamiciato, magari ereditato, magari acquistato anni fa senza documentazione, scrivimi.

    Bastano qualche foto da angolazioni diverse, incluse una controluce e una del fondo, per avere un primo parere professionale e gratuito su cosa hai tra le mani.

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