Vai al contenuto
Home » Articoli » Omaggio ad Annamaria Zanella

Omaggio ad Annamaria Zanella

    A poco più di un mese dalla quarta ricorrenza della sua scomparsa, avvenuta l’8 novembre 2022, mi trovo a pensare, ancora una volta, ad Annamaria Zanella e alla potenza della sua arte. Ho avuto la fortuna di conoscere personalmente Annamaria e di condividere con lei momenti tristi ed altri estremamente felici, a base di serenità e amore per l’arte.

    Un ritratto di Annamaria Zanella nel suo laboratorio in provincia di Padova

    Lei era una delle principali rappresentanti dell’arte orafa in Italia, una fuoriclasse del gioiello contemporaneo che per tempo è stato considerato un gioiello povero. Di fatto questo era un ossimoro vero e proprio nella sua produzione artistica e nella sua ricerca sperimentale su materiali che amava lavorare tramite processi di ossidazione, smaltature, corrosione e tutto quanto la sua ricerca artistica la portava a provare.

    Il suo genio creativo vide i natali nell’Istituto Pietro Selvatico di Padova dove si diplomò nel 1985 per poi entrare all’Accademia di Belle Arti di Venezia nella sezione Scultura. In Germania, in seguito, studiò la tecnica dello smalto a fuoco su metallo per poi tornare allo stesso Pietro Selvatico ad insegnare.

    Abitava in un piccolo paese in provincia di Padova, assieme al marito Renzo Pasquale con cui condivideva anche l’amore e la passione per la scultura orafa. Era una donna giovane, fresca e talentuosa con un incredibile senso dell’umorismo e capacità di stupirsi di fronte alle piccole cose, soprattutto quelle del Veneto che era la sua terra e a cui era molto legata. Mi disse che la campagna veneta era una scenografia spontanea da cui traeva molta ispirazione, sebbene per lei tutto ciò che la circondava era fonte di stimolo intellettuale e creativo.

    Tetti (Roofs), spilla, 2001, ph. Lorenzo Trento

    La sua inclinazione alla sperimentazione la portava a celare i metalli preziosi, come a volerli tenere nascosti, ad esempio, da un velo di smalto, da una lavorazione chimica che non ne portava a riconoscere la preziosità e al contempo ad unirli a materiali poveri quali carta, acciaio, ferro arrugginito, plastica, legno, tessuto. Amava tutto ciò che portava con sé il senso del tempo: vetri rotti, ferri arrugginiti, legni consumati e tutto ciò che è non è considerato prezioso in senso comune.

    In molte sue opere ricorre il colore blu. In una serata passata insieme mi raccontò come per lei il blu rappresentasse una condizione magica, quella ottimale che rappresenta la bellezza e la purezza del pensiero e della vita prima ancora che qualcosa accada, prima ancora di quando il nostro occhio e la nostra anima vengano distratti dalle migliaia di stimoli da cui siamo circondati. Il blu per lei rappresentava l’aspetto più bello della primordialità.

    Message in a bottle, anello, 2016, ph. Marco Furio Magliani

    Durante la sua breve vita prese parte a diverse mostre collettive e personali a livello nazionale ed internazionale e per ben due volte, nel 1997 e nel 2006, vinse quello che è considerato l’oscar dell’arte orafa, lo Herbert-Hofmann-Preis di Monaco di Baviera, assegnato durante la fiera internazionale Schmuck.

    Cuore bionico, spilla vincitrice del premio Herbert-Hofmann nel 2006