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Murrine e vetro di Murano: storia, lavorazione e segreti di un’arte millenaria

    Ci sono oggetti che raccontano una storia più lunga di quanto sembrino.

    Una ciotola di vetro mosaico con disegni floreali, un vaso ricoperto di piccoli occhi colorati, una collana con perle che sembrano contenere un fiore intero al loro interno: dietro ognuno di questi pezzi c’è una tecnica che ha attraversato tremila anni, si è perduta per secoli, ed è stata ritrovata su un’isola della laguna veneziana.

    Le murrine non sono semplicemente decorazioni in vetro colorato.

    Sono sezioni di canna vitrea, ogni disco è un frammento di un cilindro di vetro che al suo interno porta un disegno geometrico o floreale, invisibile fino a quando non viene tagliato trasversalmente.

    Il paradosso è questo: il disegno non esiste finché non tagli.

    E questo, da solo, basterebbe a spiegare perché la lavorazione con le murrine sia considerata una delle tecniche più affascinanti dell’arte vetraria mondiale.

    In questo articolo ti racconto come nasce una murrina, dalla storia antica che ne ha ispirato la forma, alla lavorazione in fornace, fino ai fattori che rendono certi oggetti in vetro di Murano opere da collezione.

    Dai Romani a Venezia: le origini di una tecnica perduta e ritrovata

    Per capire cosa sono le murrine, bisogna tornare indietro molto più del solito.

    Non all’Ottocento, non al Rinascimento: bisogna arrivare almeno all’Egitto antico e alla Siria, dove già tre millenni fa i vetrai producevano oggetti a mosaico fusi unendo sezioni di canne vitree policrome.

    Sono opere che oggi troviamo nei grandi musei internazionali, e che impressionano ancora per la precisione dei disegni.

    Ma è con i Romani che questa tecnica raggiunge la sua forma più sofisticata e leggendaria.

    Nel 61 a.C., Gneo Pompeo tornò da una campagna militare portando con sé dei vasi di straordinaria bellezza: li chiamavano vasa murrina o murrha, erano oggetti orientali probabilmente realizzati in fluorite o in vetro mosaico, e sprigionavano, secondo le fonti latine, un aroma caratteristico dato dalle resine usate come leganti.

    Divennero immediatamente oggetto di lusso e desiderio tra i romani più ricchi.

    Plinio il Vecchio ne parlò nella Naturalis Historia, e si racconta che Nerone pagasse per un singolo vaso quello che oggi chiameremmo una piccola fortuna.

    I vetrai romani impararono a produrre i propri vasi imitando quelli orientali, lavorando a mosaico con le stesse tecniche delle canne vitree.

    Poi caddero l’Impero e, con esso, i segreti di bottega. Per quasi mille anni, la tecnica sparì dalla storia dell’arte vetraria europea.

    Fu solo nel XVI secolo che i maestri vetrai di Murano riuscirono a riprodurre qualcosa di simile ai vasi romani ma in modo imperfetto, più come esercizio stilistico che come vera riscoperta tecnica.

    La svolta vera arrivò nella seconda metà dell’Ottocento, quando due figure decisive si incrociarono sull’isola: il vetraio Vincenzo Moretti, che per conto della ditta Salviati & Co. riuscì a padroneggiare nuovamente la tecnica della canna a sezione millefiori, e l’abate Vincenzo Zanetti, che diede a quella tecnica un nome e una storia.

    Vincenzo Zanetti e la parola “murrino”: come si nomina una rinascita

    Nel 1878, l’abate Vincenzo Zanetti usò per la prima volta il termine “murrino” in forma scritta per descrivere i vasi e le ciotole in vetro mosaico che i Romani producevano con le canne vitree policrome.

    Non era solo un gesto filologico: era un atto di rivendicazione culturale.

    Zanetti era un personaggio straordinario per Murano dell’epoca.

    Aveva fondato il Museo Civico Vetrario di Murano, ancora oggi uno dei musei del vetro più importanti al mondo, insieme alla Biblioteca popolare circolante e alla Scuola del Vetro.

    Il suo obiettivo era chiaro: tutelare, documentare e tramandare l’arte vetraria muranese in un momento in cui l’isola rischiava di perdere il suo primato internazionale sotto la concorrenza boema e francese.

    Nominare la tecnica era il primo passo per farla rivivere con piena consapevolezza.

    E funzionò: il termine “murrina” (o “murrino”) passò nel vocabolario comune dell’arte vetraria muranese e, da lì, nel linguaggio internazionale del collezionismo.

    Come nasce una murrina: il processo tecnico dalla canna al disco

    Capire come si fa una murrina aiuta a capire perché ogni pezzo è unico.

    Il processo non è complicato da descrivere, ma richiede una precisione e un controllo del calore che solo anni di esperienza in fornace possono garantire.

    Tutto parte dai crogioli, i contenitori in cui il vetro viene fuso a temperature superiori ai 1.000°C.

    Il maestro vetraio preleva dai crogioli strati successivi di vetro fuso di colore diverso, posandoli uno sull’altro con delle aste metalliche.

    Lavorazione delle murrine
    Lavorazione delle murrine

    La struttura che prende forma, una sorta di cilindro di vetro multicolore a strati concentrici, definirà il disegno finale della murrina.

    Quando gli strati sono stati sovrapposti nel modo desiderato, il cilindro viene messo in rotazione su una piastra di bronzo o di ferro chiamata bronzìn.

    Questo passaggio dà al vetro la sua forma cilindrica e ne compatta i diversi strati.

    A questo punto il bolo di vetro viene collegato a due canne metalliche opposte: da un lato il maestro, dall’altro i suoi assistenti, i tiracanna.

    I tiracanna svolgono esattamente il compito che il loro nome suggerisce: tirano la canna.

    Il cilindro, ancora incandescente, viene allungato progressivamente fino a raggiungere la dimensione di una bacchetta sottile mantenendo al suo interno, invariato in proporzione, il disegno originale.

    Che si tratti di cerchi concentrici, di stelle, di fiori o di figure geometriche, il pattern rimane identico per tutta la lunghezza della canna: cambia solo la scala.

    Le canne così ottenute vengono appoggiate ancora calde su sottili traversine di legno, dove si raffreddano lentamente per evitare rotture da stress termico.

    Lavorazione delle murrine: disposizione delle canne vitree sulle traversine in legno
    Lavorazione delle murrine: disposizione delle canne vitree sulle traversine in legno

    Una volta fredde, vengono tagliate in piccoli segmenti, lunghi in genere 1-2 centimetri, e qui appaiono finalmente le murrine: quei dischetti colorati che al loro interno rivelano il disegno.

    Durante la lavorazione, il bolo di vetro può anche essere inserito in stampi con costolature verticali di varie forme: questo permette di ottenere murrine con disegni floreali, a stella, a cuore, le varianti più ricercate nel mercato collezionistico.

    I tipi di murrine: millefiori, rosetta, zanfirico e le altre varianti

    Non tutte le murrine sono uguali, e non tutte hanno lo stesso valore storico o commerciale.

    Conoscere le varianti principali aiuta sia a leggere meglio un oggetto, sia a valutarne la complessità tecnica.

    La variante più celebre è il millefiori, termine che compare nella tradizione muranese già dal XV secolo.

    Si tratta di canne il cui disegno interno riproduce fiori concentrici di vari colori: tagliate in sezione, le singole murrine sembrano piccoli fiori visti dall’alto.

    Assemblate in grandi quantità su una superficie, creano l’effetto del “mille fiori” da cui prendono il nome.

    Il millefiori è la tecnica più riconoscibile del vetro di Murano nel mondo.

    La rosetta è una variante storica del millefiori, documentata a Murano già nel XV secolo.

    Si caratterizza per un motivo a stella in vetro bianco, rosso e blu con strati alternati, una complessità cromatica che richiedeva una preparazione delle canne particolarmente elaborata.

    Le rosette muranesi quattrocentesche sono tra i pezzi più ricercati dagli studiosi e dai collezionisti.

    Lo zanfirico, dal nome del maestro vetraio Antonio Zanfirico, attivo nell’Ottocento, è tecnicamente una variante della filigrana.

    Si ottiene raggruppando canne di vetro di colori diversi, riscaldandole fino alla fusione parziale e poi torcendo il fascio per creare un delicato motivo a spirale.

    Non è una murrina in senso stretto, ma spesso le due tecniche vengono combinate nello stesso oggetto.

    L’avventurina merita una menzione a parte: si tratta di un vetro traslucido arricchito con ossidi metallici scintillanti (principalmente ossido di rame e cromo), che creano un effetto di polvere dorata o bronzea all’interno del vetro.

    La ricetta dell’avventurina è una delle più gelosamente custodite dalla tradizione muranese, e le canne in avventurina vengono spesso integrate nei disegni delle murrine come elemento decorativo di pregio.

    → Approfondisci la tecnica correlata: Il Vetro di Murano: la tecnica della filigrana (mezza filigrana, reticello e zanfirico)

    Dalla piastra al vaso: come si costruisce un oggetto a mosaico con le murrine

    Produrre le murrine è solo il primo tempo di un processo che richiede poi altrettanta perizia per trasformare quei piccoli dischetti in un oggetto finito.

    Il vaso a mosaico è l’esempio più classico.

    Si comincia disponendo le murrine, ancora in forma di dischetti, su una piastra di ferro rivestita di materiale refrattario.

    Composizione di murrine millefiori multicolori su piastre in ferro
    Composizione di murrine millefiori multicolori su piastre in ferro

    La composizione viene studiata con cura: la scelta dei colori, la sequenza dei pattern, la densità della distribuzione.

    Questo momento, apparentemente semplice, è in realtà dove si definisce l’estetica finale del pezzo.

    La piastra così preparata entra nel forno.

    Il calore inizia a far aderire le murrine le une alle altre: quando si ha questo primo legame, la piastra viene estratta e il maestro usa utensili semplici per avvicinare ulteriormente i dischetti, eliminando gli spazi residui.

    L’obiettivo è ottenere una superficie continua, compatta, dove ogni murrina sia perfettamente accostata alla successiva.

    Nel frattempo, in fornace, viene preparata una quantità adeguata di vetro trasparente che viene soffiata e lavorata sul bronzìn fino ad assumere la forma di un cilindro.

    Questo cilindro trasparente viene poi fatto rotolare sulla piastra con le murrine: il calore residuo fa aderire i dischetti alla superficie esterna del vetro soffiato.

    Lavorazione di un vaso utilizzando le murrine
    Lavorazione di un vaso utilizzando le murrine

    A questo punto inizia la fase più critica. Il maestro riprende il bolo ricoperto di murrine, lo riscalda nuovamente per uniformare la temperatura, e comincia a lavorarlo con i suoi strumenti: le borselle (pinze in acciaio per modellare la forma) e le tagianti (lame che permettono di tagliare e sagomarne i bordi).

    Mentre lavora, il vetro trasparente incorpora le murrine nella sua massa, soffiandole e distendendole fino a farle diventare parte integrante della parete del vaso.

    Il risultato finale è un vaso la cui superficie non è semplicemente decorata con murrine incollate sopra: le murrine sono dentro il vetro, soffiate insieme a esso, parte della stessa parete.

    È questa integrazione, impossibile da replicare industrialmente, che rende ogni oggetto irripetibile.

    Le grandi manifatture e i maestri vetrai che hanno fatto la storia delle murrine

    Quando si parla di murrine nel collezionismo, alcuni nomi ricorrono con una frequenza che non è casuale.

    Sono le manifatture e i maestri che hanno trasformato la tecnica in arte e i cui pezzi oggi raggiungono cifre significative nelle aste internazionali.

    Barovier & Toso è probabilmente la storia vetraria più lunga di Murano: la famiglia Barovier è documentata come artigiana del vetro sull’isola già dalla seconda metà del Duecento, con Angelo Barovier che nel Quattrocento portò l’arte vetraria a vette mai raggiunte prima.

    La versione moderna dell’azienda nasce nel 1936 dalla fusione delle famiglie Barovier e Toso, e ha continuato a produrre pezzi di altissimo livello nel corso di tutto il Novecento.

    I vasi Barovier in murrine sono tra i pezzi più ricercati dai collezionisti internazionali.

    Venini rappresenta invece la grande stagione del design del vetro del XX secolo.

    Fondata nel 1921 da Paolo Venini, fu la prima manifattura muranese a introdurre la figura del “direttore artistico”, portando nell’isola collaborazioni con alcuni dei grandi nomi del design italiano ed europeo.

    Venini non è particolarmente legata alla murrina tradizionale, ma le sue sperimentazioni tecniche hanno influenzato tutta la produzione muranese del Novecento.

    La Fratelli Toso, fondata nel 1854 e oggi considerata l’azienda vetraria muranese ancora in attività con la storia più antica, ha una tradizione fortissima nella lavorazione a mosaico e nelle murrine millefiori.

    I suoi pezzi dell’Ottocento e del primo Novecento sono documenti importanti della riscoperta ottocentesca della tecnica.

    Nel mercato collezionistico, una particolarità distingue il vetro di Murano da molti altri settori dell’antiquariato: i pezzi del Novecento valgono spesso più di quelli più antichi.

    La stagione creativa degli anni ’50-’70, con le collaborazioni tra le grandi fornaci e i designer italiani e internazionali, ha prodotto opere che il mercato, soprattutto americano e asiatico, ricerca attivamente.

    Valore e collezionismo: cosa rende una murrina un pezzo da collezione

    Il valore di un oggetto in vetro di Murano con murrine non dipende semplicemente dall’età.

    Ci sono pezzi dell’Ottocento che valgono meno di oggetti degli anni Sessanta, e oggetti contemporanei firmati da maestri riconosciuti che superano in valore lavori storici di manifatture minori.

    La logica del mercato qui funziona in modo diverso da quello del mobile antico tradizionale.

    I fattori che incidono sul valore sono sostanzialmente cinque.

    La firma è il primo: un oggetto con il marchio di una manifattura storica (Barovier & Toso, Venini, Seguso, Carlo Moretti) vale significativamente di più di un pezzo anonimo della stessa qualità tecnica. Le firme più ricercate possono moltiplicare il valore di un oggetto per cinque o dieci volte.

    La complessità tecnica è il secondo fattore. Realizzare un vaso con murrine millefiori in avventurina con motivi zanfirici richiede una quantità di ore e di abilità che si riflette nel prezzo. Un oggetto con quattro o cinque tecniche combinate è quasi sempre più prezioso di uno con una tecnica sola, a parità di manifattura e periodo.

    Le condizioni di conservazione influiscono in modo diretto: il vetro è fragile per definizione, e gli oggetti in murrine che si trovano sul mercato sono quasi sempre stati usati o esposti. Scheggiature, restauri, parti mancanti o riparazioni abbattono il valore in modo significativo. Un pezzo integro, conservato con cura, può valere il doppio di uno con anche un solo piccolo difetto visibile.

    La documentazione: ricevute d’acquisto, fotografie storiche, cataloghi di esposizioni che citano il pezzo, aggiungono valore nella stessa misura in cui lo fanno in ogni altro settore dell’antiquariato. Un vaso con provenienza documentata da una collezione prestigiosa porta con sé una storia che il mercato sa riconoscere.

    Il periodo storico infine conta, ma in modo più sfumato di quanto si pensi. Per il vetro di Murano, il mercato considera il Novecento, specialmente dagli anni ’20 agli anni ’70 — come il periodo d’oro dell’arte vetraria muranese. Le opere di quel periodo, in particolare quelli prodotti dalle manifatture maggiori, hanno una domanda costante sia in Italia che all’estero.

    Hai un vetro di Murano e non sai quanto vale? Il punto di partenza è sempre lo stesso

    Il vetro di Murano è uno di quei settori dove le sorprese, in entrambe le direzioni, sono frequenti.

    Oggetti acquistati per pochi euro in un mercatino si rivelano pezzi firmati di manifatture storiche.

    Oggetti custoditi come tesori di famiglia si rivelano imitazioni prodotte in serie.

    Negli anni ho visto di tutto. Ho visto vasi che il proprietario credeva di poco conto rivelarsi pezzi Barovier degli anni ’50 con una quotazione d’asta significativa.

    E ho visto presunti “vetri antichi di Murano” acquistati a caro prezzo risultare produzioni contemporanee di importazione.

    Il punto di partenza è sempre lo stesso: una valutazione fatta da chi conosce questo mercato, non i prezzi generici che girano online, ma una lettura professionale che tenga conto di manifattura, periodo, tecnica e condizioni di conservazione.

    Se hai un vaso, una ciotola, un oggetto decorativo in vetro di Murano con murrine e non sai cosa hai tra le mani, scrivimi.

    Bastano qualche foto con luce adeguata, anche solo quella dello smartphone, per avere un primo parere professionale e gratuito.

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