Lino Selvatico
Padova, 1872 – Treviso, 1924
Ritratto di uomo con barba e cappello
Olio su tavola cm. 34×24,5
Al retro iscrizione a matita: “Lino Selvatico”
Entro bella cornice in legno dorato per complessivi cm. 63,5×53,5
Il dipinto raffigura un uomo di mezza età ripreso in un formato ravvicinato di tre quarti, con il volto leggermente abbassato e lo sguardo penetrante e meditativo rivolto verso lo spettatore.
Il soggetto indossa un cappello a tesa larga dalla foggia borghese di fine Ottocento, che proietta un’ombra morbida sul volto arrossato, incorniciato da una barba corta e ispida.
La mano destra, robusta e modellata con tocchi sicuri, è portata al viso in un gesto assorto che suggerisce riflessione o attesa.
La pittura è condotta con un fare rapido e disinvolto, tipico degli studi dal vero di Selvatico: le pennellate sono energiche, cariche di materia, costruite per sovrapposizioni di tocchi cromatici che richiamano la lezione della pittura impressionista veneta e il magistero di Ettore Tito.
Il fondo è animato da una gamma di grigi e verdi, con bagliori freddi che esaltano per contrasto la calda carnagione del soggetto.
La composizione è essenziale e potente: l’ingombro del cappello occupa quasi un terzo della superficie pittorica, conferendo alla figura un’autorevolezza silenziosa e quasi scultorea.
L’opera si inscrive nella produzione meno nota ma stilisticamente più libera di Selvatico: quella degli studi virili, realizzati come esercizi preparatori o come indagini psicologiche autonome, lontani dalla mondanità dei celebri ritratti femminili.
Qui il pittore si mostra capace di una virilità espressiva che ricorda le teste di carattere della grande tradizione veneta, da Tintoretto a Giovanni Battista Tiepolo, filtrata attraverso la modernità post-macchiaiola.
La tavoletta, di piccolo formato, rivela la mano di un artista pienamente formato, sicuro nel disegno e padrone assoluto del colore.
Biografia dell’artista
Lino Selvatico nasce a Padova il 20 luglio 1872 in seno a una delle famiglie più influenti della vita culturale veneziana.
Il padre Riccardo Selvatico è commediografo, poeta, sindaco di Venezia dal 1890 al 1895 e uno dei promotori e fondatori della Biennale Internazionale d’Arte di Venezia, la cui prima edizione si tiene nel 1895.
Il salotto dei Selvatico è frequentato dall’aristocrazia lagunare e da figure di primo piano del mondo letterario, artistico e teatrale: un ambiente di straordinaria fertilità che segna profondamente la formazione del giovane Lino.
Per volere del padre viene avviato agli studi giuridici e consegue la laurea all’Università di Padova.
Parallelamente, durante gli anni universitari, frequenta lo studio del pittore Cesare Laurenti (1854–1937), acquafortista raffinato ed elegante pittore di figura, che diventa il suo principale maestro.
Risente inoltre dell’influenza di Ettore Tito, con cui condivide l’interesse per la pittura di figura en plein air di ascendenza veneziana. In questi anni si appassiona anche alla critica d’arte, collaborando con la rivista «La Nuova Canzone», e al teatro, seguendo le orme paterne.
Nel 1899 esordisce alla III Biennale di Venezia con il Ritratto del professor Giovanni Bordiga, avviando una partecipazione assidua alla rassegna veneziana che proseguirà per tutta la vita.
Dal 1903, con i ritratti di Irma Gramatica e della Signora Coletti presentati alla V Biennale, emerge la sua vocazione di ritrattista dell’alta società: una specializzazione che lo renderà celebre come «pittore delle gran dame».
La sua clientela comprende la più raffinata aristocrazia e alta borghesia veneziana e milanese, personaggi del mondo teatrale e culturale italiano.
Durante il primo conflitto mondiale si ritira prima a Mira sulla Riviera del Brenta e poi in Liguria, dedicandosi a soggetti di ambito familiare, con ritratti del figlio Riccardo e scene di vita domestica.
Dopo la guerra si stabilisce definitivamente a Milano, dove apre uno studio in corso Porta Nuova, ampliando la propria committenza ai protagonisti della mondanità artistica, teatrale e finanziaria lombarda.
Nel 1922 viene convocato alla corte di Madrid per eseguire il ritratto del giovane re Alfonso XIII di Borbone, testimonianza del suo prestigio internazionale. Muore il 25 luglio 1924 a Treviso, a soli cinquantadue anni, in seguito alle ferite riportate in un incidente motociclistico nei pressi della villa di famiglia a Biancade.
Nel 1926 la Biennale di Venezia gli dedica una grande retrospettiva postuma con quarantacinque opere, ordinata dal fratello Luigi.
Contesto storico-artistico
Selvatico opera in un periodo di intenso fermento culturale per la pittura italiana: tra la fine dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento, il dibattito artistico è attraversato dalle tensioni tra realismo tardo-ottocentesco, simbolismo e le prime avanguardie.
Venezia, con la sua Biennale nata nel 1895, diventa il principale laboratorio e vetrina per le tendenze europee: i modelli offerti dall’arte inglese del Settecento – Reynolds, Gainsborough, Romney – e dall’impressionismo internazionale si affiancano ai maestri italiani del ritratto borghese come Giovanni Boldini e Vittorio Corcos.
In questo contesto Selvatico percorre una via originale: messe da parte le suggestioni realiste e le influenze simboliste degli esordi, diviene il principale referente della ritrattistica veneziana del primo Novecento, rinnovando il genere attraverso un confronto vivace con il gusto europeo della Belle Époque.
Il suo stile matura attorno a un’estetica elegante e psicologicamente penetrante, che deve molto a John Singer Sargent per la fluidità del tocco e la capacità di cogliere la vita interiore dei soggetti, e a Giovanni Boldini per la verve e il dinamismo compositivo.
Oltre alla pittura a olio, Selvatico pratica con notevole abilità l’incisione a puntasecca, guardando ai modelli francesi di Edgar Chahine e Paul Helleu.
La sua attività di disegnatore è altrettanto intensa: per ogni commissione pittorica realizza numerosi studi preparatori, avvalendosi spesso anche della fotografia come strumento di lavoro.
Questa disciplina metodica testimonia la serietà del suo approccio professionale, lontano dall’improvvisazione e radicato in una solida cultura del mestiere.
Opere principali e collezioni pubbliche
La produzione di Selvatico è documentata nelle più importanti istituzioni museali italiane.
Alla Galleria Internazionale d’Arte Moderna di Ca’ Pesaro, Venezia, si conservano opere fondamentali del suo catalogo: il Ritratto di Irma Gramatica (1901–1903), Cappuccetto grigio (1903), La vestaglia bianca (1912), Mamma e bambino (1922) e il Ritratto della contessa Annina Morosini (1908), quest’ultimo tra i capolavori assoluti della ritrattistica italiana del primo Novecento.
Al Museo Civico Luigi Bailo di Treviso – che nel 2023-2024 gli ha dedicato una grande retrospettiva nel centenario della morte, acquisendo circa settanta dipinti e oltre duecento disegni dalla famiglia – si trovano il Ritratto di Teresa Lorenzon (1923), considerato tra i suoi ultimi capolavori, nonché il Ritratto del mio bambino (1915) e Le tentazioni di Sant’Antonio.
Alla Galleria d’Arte Moderna Ricci-Oddi di Piacenza è conservato il Ritratto di Emma Gramatica (1911).
Alla Galleria d’Arte Moderna di Milano è presente un Ritratto datato agli anni della sua maturità. Sue opere figurarono inoltre nelle principali esposizioni internazionali dell’epoca, dalla Biennale di Venezia alla Esposizione Internazionale di Buenos Aires del 1910.
Numerose opere sono inoltre conservate in importanti collezioni private italiane ed europee, in particolare in quelle delle famiglie dell’aristocrazia e alta borghesia veneziana e milanese che ne commissionarono i ritratti.
Il mercato antiquario registra regolarmente le sue opere, con una domanda costante sostenuta dal crescente interesse critico e collezionistico per la pittura italiana della Belle Époque.










