La Vocazione Nascosta di un Maestro del Novecento
«Io mi trovo vittima di un crudele equivoco. Sono un pittore il quale, per hobby, durante un periodo purtroppo alquanto prolungato, ha fatto anche lo scrittore e il giornalista».
Nel panorama artistico italiano, pochi casi sono così affascinanti e controversi come quello di Dino Buzzati (1906-1972).
Sebbene il grande pubblico lo identifichi primariamente come l’autore de Il Deserto dei Tartari, l’occhio del collezionista e dell’antiquario attento non può prescindere dalla sua produzione pittorica.
Questa celebre dichiarazione di Dino Buzzati svela una verità che per lungo tempo pubblico e critica hanno faticato ad accettare: per l’autore bellunese, la pittura non fu mai un semplice passatempo o un’attività accessoria, bensì la vocazione più intima e originaria.

Scrittura e pittura, nella sua visione, non erano arti gerarchicamente distinte, ma linguaggi paralleli, strumenti diversi per raccontare storie, evocare paure e dare forma visibile all’invisibile.
In questo articolo esploreremo l’universo visivo di Buzzati, analizzando le sue tecniche, le sue ossessioni e il valore della sua eredità artistica nel mercato dell’arte moderna e contemporanea.
Pittore per Vocazione: Oltre l’Equivoco Critico
La pittura di Buzzati non è un’appendice della sua scrittura, ma la sua radice.
Buzzati disegnava e dipingeva fin dall’infanzia, molto prima di pubblicare racconti o di entrare al Corriere della Sera, e continuò a considerarsi pittore anche negli anni della piena consacrazione letteraria.
Questa urgenza espressiva lo portò a creare un linguaggio che mescola metafisica, surrealismo e illustrazione popolare.
Approcciarsi a un’opera di Buzzati significa comprendere che non si sta osservando una semplice illustrazione, ma una visione ontologica.
Buzzati non dipinge ciò che vede, ma ciò che teme o attende.
Questa peculiarità rende le sue tele pezzi unici nel loro genere, ricercatissimi in contesti di collezionismo d’élite.
Nota Biografica: Per comprendere appieno da dove nasca questo immaginario così radicato nel paesaggio, è essenziale ripercorrere la sua vita tra le vette e l’asfalto, dove il contrasto tra le Dolomiti e Milano diventa il motore della sua arte.
Un Universo Visivo Coerente: Tra Metafisica e Surrealismo
Il corpus pittorico di Buzzati è popolato da simboli ricorrenti che ogni appassionato d’arte dovrebbe saper riconoscere:
I Mostri del Quotidiano: Creature surreali che irrompono nella vita borghese.
Le Montagne Verticali: Picchi dolomitici che sfidano la gravità, simboli dell’assoluto e del destino.
La Città Alienante: Una Milano grigia, fatta di palazzi-fortezza e piazze deserte.
Radici Artistiche e “Storie Dipinte”
La pittura di Buzzati affonda le radici nel surrealismo europeo, nella pittura metafisica di Giorgio de Chirico e nell’immaginario fantastico delle illustrazioni di Arthur Rackham, ma si sviluppa in modo del tutto autonomo.
Le sue opere, che egli stesso definiva “storie dipinte”, presentano spesso una struttura narrativa esplicita: sequenze di immagini, didascalie, scritte integrate nel quadro, suddivisioni in riquadri che anticipano il linguaggio del fumetto e della graphic novel.
Questo approccio ha scardinato la distinzione tra arte alta e arte popolare, influenzando profondamente il mondo dell’illustrazione contemporanea.
Il dipinto diventa così un racconto visivo, con un prima e un dopo, un evento misterioso che incombe o che è appena accaduto.
La Città che Diventa Montagna
Uno dei quadri più emblematici di questa poetica è Piazza del Duomo di Milano (1952), in cui la cattedrale meneghina viene trasfigurata in una montagna dolomitica: le guglie si mutano in picchi rocciosi, la piazza diventa un prato alpino, la città si fonde con la natura.

L’opera sintetizza in modo perfetto lo spaesamento tipico di Buzzati, sospeso tra la Milano razionale, grigia e alienante e il richiamo onirico delle Dolomiti, luogo dell’assoluto e dell’origine.
È una pittura che non descrive, ma trasfigura, rivelando ciò che la realtà nasconde.
Questa capacità di fondere l’architettura urbana con la forza della natura è tipica del Buzzati che vedremo poi eccellere come architetto dell’attesa nella sua produzione letteraria.
Verso la Pop Art e il Poema a Fumetti
Negli anni Sessanta la sua produzione pittorica conobbe un’evoluzione significativa. L’ispirazione si aprì alle suggestioni della Pop Art, del cinema, della cultura di massa e della pubblicità, senza mai aderirvi pienamente.
Comparvero sulle tele temi come l’erotismo, il delitto, la violenza improvvisa, il mistero degli interni borghesi e delle metropoli notturne.
I colori si fecero più accesi, il segno più netto, la composizione più audace.
Questa fase culminò nel 1969 con la pubblicazione di Poema a fumetti, considerato oggi la sua Summa artistica e il primo vero graphic novel italiano.

In quest’opera radicalmente innovativa, Buzzati rilegge il mito di Orfeo ed Euridice ambientandolo in una Milano contemporanea, infernale e seducente, utilizzando 208 tavole illustrate.
L’opera scandalizzò la critica dell’epoca, incapace di collocare un prodotto così ibrido, che univa mito classico, erotismo, fumetto e letteratura alta.
I Miracoli di Val Morel: L’Ultimo Saluto
L’ultimo grande saluto artistico di Buzzati fu I miracoli di Val Morel (1971), una serie di “finti” ex voto dedicati a una Santa Rita reinventata, patrona di miracoli improbabili, futuribili o ironicamente laici.

In queste opere, il sacro si mescola al folklore, alla fantascienza e all’ironia tragica.
Ogni dipinto è accompagnato da un breve testo esplicativo, in un perfetto equilibrio tra parola e immagine.
Qui si concentra la sintesi finale della sua poetica: il destino ineluttabile, la paura, il miracolo atteso, la rassegnazione e la speranza minima, spesso delusa.
Mostre Personali e Collettive
Parallelamente alla produzione, Buzzati partecipò attivamente alla vita espositiva italiana, pur rimanendo a lungo percepito come “scrittore che dipinge”.
Tra le principali mostre personali e collettive si ricordano:
- Galleria del Naviglio, Milano, anni Cinquanta e Sessanta (tra le prime sedi a valorizzare sistematicamente la sua pittura)
- Esposizione personale a Milano nel 1958, in concomitanza con il successo di Sessanta racconti
- Mostra dei Miracoli di Val Morel, Milano, 1971, poco prima della sua morte
- Retrospettive postume dedicate all’opera pittorica, tra cui quelle a Belluno e Milano negli anni Settanta e Ottanta
- Partecipazioni a rassegne d’arte contemporanea in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta
- Presenza in importanti esposizioni collettive dedicate al rapporto tra letteratura e arti visive
- Inclusione in mostre tematiche sul surrealismo italiano e sulla narrazione per immagini
Perché Collezionare Buzzati Oggi?
Solo dopo la sua scomparsa, la critica ha iniziato a riconoscere pienamente il valore della sua pittura, spesso oscurata dalla fama dello scrittore.
Dino Buzzati non è stato un dilettante della pittura, ma un artista totale.
La sua capacità di attraversare i linguaggi — dalla cronaca giornalistica al romanzo, dalla tela al fumetto — lo rende una figura centrale del Novecento.
La sua opera pittorica non è un’appendice, ma una seconda voce, altrettanto necessaria, dello stesso, inconfondibile racconto.
Le sue opere originali, caratterizzate da una forte componente narrativa e simbolica, sono oggi oggetto di una riscoperta critica che ne sta facendo lievitare le quotazioni nelle principali aste d’arte moderna.
Possedere un Buzzati significa possedere un frammento di quel “mistero” che lui ha cercato per tutta la vita.
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