L’aurora, Dipinto copia fedele da Guido Reni, XIX Secolo

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Descrizione

Pittore attivo alla fine del XIX secolo
L’aurora
da Guido Reni
Olio su tela, cm. 46×109, entro cornice in legno dorato per complessivi 60×124
In ottime condizioni generali
Dipinto di grande impatto scenico e di grande qualità, rappresenta una copia fedele de “L’Aurora”, forse una delle opere più felici di Guido Reni, dipinta durante il suo secondo soggiorno romano oggi al Casino dell’Aurora Pallavicini (a cui ha dato il nome).
L’artista bolognese era già stato a Roma una prima volta; si era guadagnato il favore del Cavalier d’Arpino, aperto nemico del Caravaggio, il quale lo aveva introdotto presso la corte pontificia e l’aristocrazia della città, e gli aveva fatto ottenere numerosi incarichi.
Tuttavia, i suoi rapporti con il tesoriere del Papa si deteriorarono, e il Reni fece ritorno a Bologna, dove lo attendevano numerosi incarichi e dove la sua fama si era notevolmente accresciuta.
Fu papa Paolo Vº che lo richiamò a Roma, nel 1613; l’artista fu accolto trionfalmente, e durante quel suo secondo soggiorno decorò, fra le altre cose, la cappella Paolina, all’interno del palazzo pontificio di Monte Cavallo.
Dai documenti dell’Archivio Borghese risulta che il 24 settembre 1616 furono pagati “Per la Pittura del quadro nella volta di detta loggia fatta dal signor Guido Renzi (!) quale contiene li Carro del sole… V247-54 (V 200 d’oro)”, ovvero 247 scudi e 54 baiocchi.
Il giovane Apollo, avvolto in un’aureola ardente, guida il carro d’oro del Sole, trainato da quattro cavalli, che, allineati in un unico volume, spiccano un balzo leggero nell’aria, e portano sulla terra la luce del nuovo giorno.
L’Aurora precede la corsa del Sole, è avvolta di veli leggeri, che spiccano sul cupo violetto delle nubi, e riflettono il bianco luminoso della luce nascente, l’arancio delicato dei primi raggi.
Caccia verso destra l’oscurità della notte, e su paesaggi di mari azzurri e preziosi, solcati da piccole vele bianche, su piccoli arcipelaghi felici, su azzurre montagne lontane, verdi alture e cupe boscaglie, diffonde il rosa e l’arancio del nuovo giorno.
Solleva piccoli serti di fiori, che con un bianco occhieggiare rompono per primi la cupa oscurità del velo notturno.
Fra l’Aurora ed il carro del Sole c’è un putto alato, il Crepuscolo, che reca una fiaccola dalla fiamma rossiccia.
Sul carro, il giovane Apollo è avvolto da un ampio, roteante mantello; la sua pelle è rosea, i lineamenti delicati, la luce calda che irradia dal carro si scompone nei colori luminosi dei veli che avvolgono giovani corpi di fanciulle, le Ore, che danzano attorno al Sole, in un trionfo di luce. Il drappeggio di nubi appare come una quinta leggera, che scende sul blu della notte.
E proprio per il coraggioso contrasto fra le dominanti complementari arancio-azzurro che l’affresco supera la convenzionalità di una composizione di maniera.
L’affresco è riportato sulla volta senza tener conto del fatto che va guardato da basso; non si avvale di prospettive barocche dal sotto in sù, e per osservarlo più a lungo è preferibile usare uno specchio.
Anche in questo caso, come per i marmi della facciata, la contemplazione del bello è una tappa da conquistare.
D’altra parte il modellato delle figure, la luminosa espressività dei volti, che si richiamano alla scuola bolognese e a Raffaello, la vivacità cromatica dell’intera composizione, l’azzurro struggente della marina, compensano ampiamente gli occhi e il cuore.