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L’arte dei tarocchi o i tarocchi nell’arte?

    Sentendo oggi parlare di tarocchi pensiamo subito a predizioni del futuro e atmosfere esoteriche. Ma non è sempre stato così perché quando i tarocchi fecero la loro comparsa era semplicemente per il diletto nelle corti rinascimentali dove venivano utilizzati come carte da gioco. Figure colorate quali il Matto, la Papessa, l’Amore, il Diavolo erano semplicemente componenti di un gioco di società paragonabili al gioco della Briscola.

    Jacopo daSangramoro, rappresentazione del Matto, carta di cotone, 1473 circa

    Sebbene il loro uso e la loro visione andarono cambiando nel corso del tempo, le figure sono sempre state e continuano ad essere elementi di forte interesse per l’arte e le sue manifestazioni.

    Già a partire dal 1300, nelle corti dell’Italia settentrionale vennero chiamati miniaturisti ed incisori per realizzare pregiati mazzi di carte.

    Intorno alla metà del 1400,Jacopo da Sangramoro venne chiamato dalla Duchessa Bianca Maria d’Este per realizzare su carta di cotone gli Arcani maggiori.

    Uno dei mazzi più antichi realizzati e ancora oggi conservati è quello commissionato nel 1466 dal Duca Filippo Maria Visconti, secondo le testimonianze del biografo del duca, a Michelino da Besozzo.
    Studi più recenti invece lo attribuiscono a Bonifacio Bembo.
    I tarocchi Visconti di Modrone, noti anche come Tarocchi Cary-Yale (dal nome del collezionista Melbert B. Cary), sono considerabili il mazzo di tarocchi più antico ad oggi conosciuto, attualmente conservato negli Stati Uniti d’America nei locali della biblioteca universitaria di Yale. Tutte le carte sono state dipinte a mano e ricoperte da lamine d’oro e argento a loro volta lavorate a bulino. In molte figure si trovano impressi emblemi che rimandano alla famiglia Visconti. Tutte le carte di denari hanno inciso, da una faccia o dall’altra, un fiorino d’oro fatto coniare dal duca Filippo Maria Visconti nel 1442, fiorino che rimase in uso per cinque anni quando poi venne coniata una nuova moneta, l’Ambrosino d’oro.

    Bonifacio Bembo, Cavallo di spade, esempio di tarocco Visconti di Mondrone, 1466 circa

    Bonifacio Bembo fu il creatore di un altro importante mazzo di tarocchi risalente al Rinascimento, i tarocchi Brera-Brambilla, realizzati tra il 1442 e il 1444, che possono essere considerati i cugini di quelli di Visconti da Mondrone perché commissionati sempre dal Duca di Milano Filippo Maria Visconti. È un mazzo rimasto incompleto che ora consta di sole 48 carte realizzate con una pittura a tempera molto raffinata posta sopra uno strato sottile di gesso e bolo con foglia d’oro, a sua volta arricchita da punzonature e dettagli realizzati a bulino. Il nome deriva dalla famiglia milanese dei Brambilla che ne fu proprietaria per quasi tutto il 1800 e il 1900 quando, nel 1971, venne acquistato dallo Stato e custodito presso la Pinacoteca di Brera a Milano.

    Bonifacio Bembo, Donna della Fortuna o Ruota della Fortuna, esempio di tarocco Brera Brambilla, realizzato tra il 1442 ed il 1444

    A Palazzo Borromeo di Milano, le pareti della Sala dei Giochi sono decorate con un ciclo di affreschi, risalenti al 1445-1450, dove sono rappresentate persone aristocratiche intente a giocare a palla, al gioco della Palmata (antico gioco rinascimentale basato sulla destrezza del tocco dei palmi delle mani o del loro sfioramento) e a quello dei tarocchi, il tutto inserito in un paesaggio naturale in cui si intravedono melograni e rocce. L’autore di questo ciclo di affreschi è rimasto anonimo ma viene chiamato dagli esperti Maestro dei giochi di Borromeo, artista vicino a correnti tardo gotiche lombarde.

    Anonimo detto Maestro dei Giochi di Borromeo, affresco dei tarocchi, Milano, Palazzo Borromeo, 1445-1450

    Verso la fine del 1700, i tarocchi smisero di essere visti puramente come un gioco d’intrattenimento ed entrarono a far parte del mondo della cartomanzia e dell’esoterismo. Ciò pare sia principalmente dovuto al pastore protestante e massone Antoine Court de Gébelin che nel 1781 pubblicò l’opera Le Monde primitif, inventando la teoria secondo cui i tarocchi avevano significati sacri ed occulti perché derivavano dal Libro di Thot, antico libro egizio.

    Da un punto di vista artistico, però, si nota un progressivo disinteresse nella realizzazione di queste famose carte da gioco, disinteresse che andò ulteriormente rafforzandosi nel corso del 1900 con due grandi eccezioni, però: Salvador Dalì e Niki de Saint Phalle.

    Salvador Dalì, tarocco de Il Mago, 1972

    Intorno al 1972, su commissione di Albert Broccoli, Salvador Dalì creò un mazzo di tarocchi in cui permeava tutto il suo approccio surrealista per cui conscio, inconscio e sogno si mescolano, creando un personale misticismo in cui viene rielaborato il repertorio tradizionale simbolico dei tarocchi. Ogni carta del mazzo venne realizzata con le tecniche del collage, dell’acquerello e della gouache.

    L’altra grande eccezione è rappresentata dal parco artistico de Il Giardino deiTarocchi realizzato alla fine degli anni 70 del 1900 dall’artista francostatunitense Niki de Saint Phalle a Capalbio, in provincia di Grosseto. Subendo un forte influsso dallo stile di Gaudí, il giardino consta di 22 statue in ferro e cemento coperte di vetri, specchi, ceramiche colorate e tutte ispirate alle figure degli arcani maggiori. Per volontà della stessa artista, il parco non ha un senso di percorrenza di visita prestabilito, in modo tale che il visitatore sia libero di trovare la propria chiave di lettura personale e spirituale tra le sculture.

    Niki de Saint Phalle, Il Giardino deiTarocchi, Capalbio(GR), 1979