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Lo straordinario caso del terremoto che genera arte: il Grande Cretto di Burri

    Lo scorso 24 agosto è stato il decimo anniversario del terremoto che distrusse Amatrice, interessando e danneggiando fortemente anche altri territori del Terramano.

    I terremoti sono uno degli eventi geologici più devastanti per l’uomo, portando alla distruzione fisica degli edifici, delle infrastrutture, del territorio ma anche e soprattutto a quella spirituale ed emotiva dei popoli colpiti dalla devastazione.

    Purtroppo, la storia italiana è costellata di eventi sismici che hanno messo in ginocchio moltissime persone, paesi e comunità con secondi concitatamente devastanti che portano ripercussioni per lunghissimo tempo.

    Nella notte tra il 14 e il 15 gennaio 1968, un terremoto al sesto grado della scala Richter devastò Gibellina, in Sicilia. Anche in quella tremenda notte, l’evento sismico portò morte e distruzione al punto che i sopravvissuti furono costretti a spostarsi di una ventina di chilometri per poter ricominciare a vivere. È così che si è venuta a creare Gibellina Nuova, mentre quella devastata viene ora considerata Gibellina Vecchia, di cui si è salvato solo il cimitero.

    Prima pagina del Giornale di Sicilia del 16 gennaio 1968

    Sebbene Gibellina Nuova fosse completamente da ricostruire, il sindaco di allora, Ludovico Corrao pensò che fosse assolutamente indispensabile confortare lo spirito delle persone sopravvissute al dramma. In tutto questo ripose grande fiducia nel potere dell’arte: fece una call nazionale ed internazionale a tutti gli artisti perché venissero sui luoghi della sciagura e pensare a come rivisitarli in chiave artistica.

    Tra tutti spiccò la figura del medico ed artista Alberto Burri che, una volta recatosi sul posto, fu travolto dall’emotività arrivando a pensare che non fosse possibile fare alcunché di tutte quelle macerie. Gli venne spontaneo credere che non potesse far altro che soffocare le lacrime guardando quello spettacolo terrificante. Ma presto la forza della vita e della sua arte gli fecero fare un deciso cambio di rotta, pensando di inglobare tutte le macerie in un’enorme colata di cemento, larga circa 86.000 m² per l’altezza di 1,60 m circa.

    Alberto Burri fotografato da Nanda Lanfranco

    Il cemento però non poteva essere un blocco fine a sé stesso ma divenne un blocco dalla forma ben definita tendente al rombo o al rettangolo, internamente attraversato da viottoli e segmenti che ricalcano le vie più vecchie della città sotto, distrutta. Si venne così a creare una delle opere di Land Art più suggestive e significative del mondo. Il cemento livella le macerie tenendo dentro il dolore più recondito e il ricordo di quanto successo nonché di quanta vita ci fosse al di sotto prima della drammatica notte del gennaio 1968.

    Il Grande Cretto, realizzato con cemento chiaro, venne costruito tra il 1984 ed il 1989 quando finirono i fondi destinati all’opera, per poi riessere preso in mano e portato a compimento nel 2015, grazie ai fondi stanziati dalla Regione Sicilia in occasione del centenario della nascita del celebre artista, ideatore dell’opera simbolo della speranza ma soprattutto della rinascita di un paese rimasto cristallizzato nel tempo.

    Foto al tramonto del Grande Cretto di Burri

    L’opera è visitabile nell’arco di circa un’ora, percorrendo le vie larghe 2 o 3 m circa che è stata anche teatro di videotape, cortometraggi, spettacoli teatrali e molto altro che vedono protagonisti anche artisti contemporanei, quale Francesca Michielin che vi ha girato il video della canzone Io non abito al mare, di cui vi postiamo il video.