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Joseph Beyus: il rivoluzionario del Novecento

    Joseph Beuys (Krefeld, 1921 – Düsseldorf, 1986) è tra gli artisti più emblematici e rivoluzionari del ‘900, sono tante le definizioni che hanno provato a dargli: chi lo definiva parte dell’Arte Povera, chi un Performer, chi, ancora, un Concettualista, ma la verità è che non può essere incasellato in nessuna corrente, in quanto la sua persona è arte e, come tale, non può essere definito.

    Proverò a spiegare questa mia opinione in questo articolo.

    Joseph Beyus

    Quindi, è giusto iniziare dalla sua biografia.

    Trascorse la sua infanzia a Kleve, studiando letteratura e filosofia e appassionandosi sempre di più ai visionari Kierkegaard e Nietzsche, oltre a interessarsi alla musica con Wagner e Satie. Iniziò a essere attratto per il folclore e la mitologia nordica, iniziando a studiare e conoscere le opere di Edvard Munch e di tutta la letteratura scandinava che aveva letto nella sua totalità.

    Joseph Beyus

    Durante la seconda guerra mondiale si arruola come volontario nell’aviazione tedesca e, poco tempo dopo, diventa sergente, ma nel ‘44 il suo aereo viene colpito in Russia e, successivamente, abbattuto.

    Il pilota muore, ma lui perde conoscenza e, secondo quanto racconta, viene salvato da un campo di nomadi locali che lo accolgono e curano con il grasso animale, coprendolo con la coperta di lana.

    Joseph Beyus

    Da questa esperienza Beuys trae i motivi di ispirazione che lo hanno accompagnato lungo tutta la sua attività, condotta lungo un misterioso filo di rinascita spirituale, “sciamanica”, che giunge all’armonia finale dell’uomo con se stesso e con la natura.

    Infatti, inizierà un impegno ambientalista fondando il partito dei verdi e inizierà ad affermare che il compito dell’arte è quello di migliorare la società e fare emergere un mondo migliore.

    “La mia idea è di dichiarare che l’arte è l’unica possibilità di evoluzione, l’unica possibilità di cambiare la situazione nel mondo.

    Ma poi è necessario allargare l’idea dell’arte per includere tutta la creatività. E se lo si fa, ne consegue logicamente che ogni essere vivente è un artista – un artista nel senso che può sviluppare le proprie capacità. E quindi è necessario inizialmente che la società si preoccupi del sistema educativo, che sia garantita l’uguaglianza di opportunità per l’autorealizzazione.”

    Finita la guerra studia arte all’Accademia di Düsseldorf, dove agli inizi degli anni sessanta diviene professore, per essere poi licenziato nel 1972 dopo aver organizzato uno sciopero.

    Beuys, molto famoso negli Stati Uniti, diventa amico e ammiratore di Andy Warhol.

    Nonostante le loro ideologie opposte, possono essere considerati due artisti che rappresentano le principali correnti dell’arte visiva del secondo dopoguerra: mentre la Pop Art americana celebra e si mostra ottimista nei confronti della vita contemporanea, le ricerche artistiche europee dell’epoca, di cui Beuys è un simbolo, mostrano un rapporto più problematico e complesso con la crisi di coscienza dell’intellettuale europeo, che è influenzato da una pesante tradizione di luci e ombre.

    “Ogni uomo è un artista”

    Ora che abbiamo potuto comprendere questa sorta di rinascita di pensiero che c’è nella vita di Beuys, possiamo concentrarci sulle opere principali dell’artista: è bene menzionare la Sedia con grasso 1964, in cui, oltre ai materiali come al grasso e al feltro, materiali che gli avevano salvato la vita e che lui riprende in molte sue opere, la sedia stessa ha un valore estremamente simbolico: è un oggetto comune e quotidiano che rappresenta il concetto di comodità, stabilità e riposo.

    Tuttavia, Beuys ha inserito uno strato di grasso che ha trasformato la sedia in qualcosa di più: il grasso rappresenta una forza vitale e l’energia accumulata che può essere liberata quando necessario. In questa opera, Beuys fa riferimento all’idea che l’arte sia uno strumento per trasformare, curare e rigenerare la società.

    Joseph Beyus
    Joseph Beyus, Sedia con grasso

    Come spiegare la pittura a una lepre morta, invece, è una performance realizzata nel 1965, in cui vi è un’installazione composta da una lepre morta posizionata sotto una lavagna su cui sono scritte diverse frasi e parole legate all’arte e alla pittura.

    L’opera rappresenta una riflessione critica sul ruolo dell’arte e sul suo significato nella società contemporanea.

    Beuys si chiede come sia possibile spiegare la pittura, un linguaggio che nella sua essenza è estremamente complesso e comunicativo, a una creatura inanimata come una lepre morta.

    La lepre, in questo caso, assume il ruolo di oggetto privo di vita e quindi incapace di comprendere e apprezzare l’arte.

    Attraverso questa rappresentazione, Beuys mette in discussione i limiti dell’arte e la sua capacità di comunicazione.

    L’opera diventa così un modo per riflettere su come le forme di espressione artistiche siano spesso inaccessibili o incomprensibili per il pubblico e sulle difficoltà nella trasmissione di messaggi complessi.

    L’opera di Beuys è quindi un invito a riflettere sulla natura dell’arte stessa e sulla sua capacità di comunicare e influenzare il nostro modo di pensare e di comprendere il mondo intorno a noi.

    Il suo desiderio di superare i confini delle forme tradizionali di comunicazione e sperimentare nuovi modi di esprimersi è diventato uno dei principali cardini della sua arte concettuale.

    Joseph Beyus

    L’abito in feltro 1970 è senza ombra di dubbio l’opera più iconica di Beuys: l’abito è concepito come una protezione del corpo, è interamente realizzato in “salvifico” feltro, ma allo stesso tempo la sua essenza positiva lascia spazio anche alla sua accezione più drammatica.

    L’abito vuoto e la sua natura “anonima” tipica da divisa ricordano anche la vita e la morte nei campi di concentramento.

    Joseph Beyus
    Joseph Beyus, L’abito in feltro 1970

    La Rivoluzione siamo noi 1972 è l’immagine manifesto del pensiero di Joseph Beuys: in questa fotografia, scattata nel viale d’ingresso di Villa Orlandi ad Anacapri di Pasquale Trisorio (che in quegli anni ospitava nella sua dimora numerosi artisti e intellettuali), Beuys indossa l’immancabile cappello in feltro, giubbotto, stivali e borsello a tracolla, e procede con passo deciso verso lo spettatore.

    La volontà dell’artista è di apparire come un uomo qualunque, pur distinguendosi dalla folla perché “ogni uomo è un artista”, e quindi ogni essere umano può essere creativo contribuendo quindi al miglioramento della società.

    Joseph Beyus
    Joseph Beyus, La Rivoluzione siamo noi 1972

    Ma adesso arriviamo alla mia personale opera preferita dell’artista: la performance I like America and America likes me del 1974, in cui Beuys decide di partire dalle origine di questo Stato, quando i coloni arrivarono in America conquistandola, mortificandola e rovinandola, distruggendo i popoli sereni che vi abitavano e la natura che predominava sulle vite umane.

    L’artista, quindi, parte dalla Germania con una coperta di feltro, in quanto vuole arrivare negli Stati Uniti senza aver visto nulla, puro; arriva a Baltimora, dove un’ambulanza lo carica come se fosse un ammalato grave per portarlo nel luogo della performance: la galleria René Block a New York.

    Qui, si fa rinchiudere per diversi giorni con un coyote, simbolo degli antenati martoriati: inizialmente l’animale lo attacca, ma lui rimane immobile avvolto nella coperta, ma, con il passare dei giorni, il coyote riesce a convivere un’intera giornata senza attaccare in nessun modo Beuys.

    Egli voleva fare comprendere al mondo come i coloni si sarebbero dovuti comportare nei confronti degli indigeni, perché anche nelle nostre differenze si può convivere, senza fermarsi alle apparenze.

    In conclusione, come avevo detto inizialmente, Joseph Beuys è più di un semplice performer, minimalista o concettualista, lui è completamente e irrimediabilmente fatto d’arte e tentare di incasellarlo in qualche definizione vuol dire sminuire la sua stessa essenza.

    Abbiamo il dovere di far conoscere al mondo ciò che siamo stati capaci di fare nella vita
    Joseph Beuys