C’è un momento, in una fornace di Murano, in cui tutto si ferma.
Il maestro siede sullo scagno, fa rotolare lentamente la canna sulle bardelle, e la massa di vetro incandescente obbedisce: si allunga, si restringe, prende forma.

Intorno a lui gli altri lavorano in silenzio, ognuno al suo posto, ognuno con il suo strumento.
Quello che si vede in quei minuti è qualcosa che non è cambiato in secoli: gli stessi gesti, gli stessi attrezzi, lo stesso rapporto tra fuoco e mano dell’uomo.
In questo articolo ti racconto chi lavora in una fornace, come si diventa maestro vetraio, e quali sono gli strumenti che trasformano la massa di vetro liquido in un oggetto d’arte.
La piazza: la squadra dietro ogni oggetto in vetro di Murano
In una fornace di Murano, il gruppo di lavoratori che si occupa della lavorazione del vetro si chiama “piazza”.
Non è una squadra casuale: è una gerarchia precisa, con ruoli ben definiti, che ogni vetraio deve attraversare uno per uno prima di potersi sedere sullo scagno del maestro.
Diventare maestro vetraio a Murano richiede tra i dieci e i quindici anni di apprendistato, un percorso che non si impara sui libri ma si vive accanto al fuoco, osservando e sbagliando.
Garzonetto
Apprendista, dai 9 anni
Garzone
Aiutante generico
Serventin
Secondo aiutante
Servente
Primo aiutante
Maestro
Capo della piazza
Il maestro assegna a ognuno compiti precisi, calibrati sull’esperienza di ciascuno.
Il servente è il suo braccio destro: conosce ogni gesto, anticipa ogni movimento, e in certi casi è a un passo dal diventare maestro a sua volta.
In passato esisteva anche la figura del “maestro fuori piazza”, una sorta di livello intermedio tra servente e maestro vero e proprio, oggi scomparso ma che testimonia quanto fosse strutturato e rigoroso il sistema di trasmissione del sapere vetrario.
Lo scagno: il trono del maestro vetraio
Il primo strumento del maestro non è una pinza o una canna: è uno sgabello.
Lo “scanno” o “scagno” è il banco di lavoro del maestro vetraio, uno sgabello in legno largo e robusto, dotato di due braccioli allungati chiamati bardelle, su cui il maestro fa rotolare la canna durante la lavorazione.
Ai lati dello scagno trovano posto tutti gli altri attrezzi, sempre nello stesso ordine, sempre a portata di mano.
Ma lo scagno è molto più di un mobile da lavoro: è il simbolo dello status del maestro all’interno della fornace.
Finché non ti siedi su quello sgabello, non sei il capo.
Il momento in cui un vetraio si siede per la prima volta sullo scagno è il momento in cui diventa ufficialmente maestro, capo della piazza, responsabile di ogni oggetto che uscirà da quel fuoco.
Gli strumenti della fornace: nomi, funzioni e storia
Gli attrezzi utilizzati in una fornace di Murano sono sorprendentemente pochi, e sono rimasti pressoché invariati da secoli.
Non servono macchinari complessi: serve la mano del maestro, il fuoco, e una manciata di strumenti tramandati di generazione in generazione.
Prelevare e soffiare
È lo strumento principe della fornace: una lunga asta in ferro, forata internamente, con un’estremità leggermente conica per agevolare la soffiatura e l’altra più spessa per raccogliere il vetro dal crogiolo.
Il maestro immerge l’estremità spessa nel vetro fuso, la ruota per avvolgere la massa vitrea, poi soffia dall’altra estremità per creare una cavità all’interno del “bolo” di vetro.
La rotazione costante della canna è fondamentale: senza quel movimento continuo il vetro caldo colerebbe verso il basso per gravità, deformando l’oggetto.
Il supieto è un’asta metallica con un’estremità a forma di cono, forata al centro, nella quale il maestro soffia per rendere omogeneo lo spessore del vetro dall’interno.
A differenza della canna da soffio, il supieto serve per interventi più precisi dove è necessario uniformare zone dello spessore che si sono assottigliate o ispessite in modo irregolare durante la lavorazione.
Modellare e dare forma
Il bronzin è una piastra piatta su cui il maestro fa rotolare la massa vitrea appena raccolta per darle una forma cilindrica regolare e per farla leggermente raffreddare prima di continuare la lavorazione.
L’operazione si chiama “marmorizar”, e serve a compattare e uniformare il vetro prima di soffiarlo o di aggiungere altri strati di pasta vitrea.
Il nome “bronzin” deriva dal bronzo con cui era realizzato in origine; oggi si usa prevalentemente il ferro, ma il nome veneziano è rimasto invariato.
Mentre il bronzin dà una forma cilindrica, il magiosso dà una forma sferica: è una coppetta semisferica con manico, realizzata in legno di pero, nella quale il maestro inserisce la massa di vetro caldo facendola ruotare per ottenere una “pea” (palla) perfettamente tonda.
Il legno di pero è scelto perché è duro e a grana fine, caratteristiche che lo rendono resistente al calore e capace di non lasciare segni sulla superficie del vetro.
Il magiosso viene continuamente immerso in acqua per evitare che prenda fuoco a contatto con il vetro incandescente.
Le borselle sono le pinze del maestro vetraio: strumenti di varie forme e dimensioni che servono a modellare, stringere, allargare, decorare e sagomare il vetro caldo in lavorazione.
Insieme alla canna da soffio, le borselle sono l’estensione delle mani del maestro: quasi ogni operazione decorativa passa attraverso di esse.
Ogni maestro ha la propria collezione di borselle, spesso ereditate o costruite su misura nel corso degli anni.
La paletta, in legno o in ferro, serve a rendere perfettamente piane le superfici dell’oggetto in lavorazione, premendo delicatamente sul vetro caldo mentre la canna ruota.
Come il magiosso, viene tenuta costantemente immersa in acqua per non bruciare a contatto con il vetro.
La soffiatura può avvenire a mano libera o all’interno di uno stampo, che imprime al vetro una forma o una decorazione precisa.
Esistono due tipi fondamentali: lo stampo monoblocco, a forma di bicchiere in metallo, che imprime solo le decorazioni lasciando alla mano del maestro la libertà di definire la forma; e lo stampo a due o più pezzi incernierati, che definisce sia la forma sia le decorazioni.
In questo secondo caso l’aiutante apre lo stampo, il maestro vi inserisce il vetro parzialmente soffiato, e soffiando ulteriormente fa aderire il vetro alle pareti acquisendone forma e rilievi.
Gli stampi antichi erano in terracotta, pietra, gesso o legno; oggi si usano prevalentemente metallo, ghisa e legno di pero.
Supporto, misura e taglio
Il pontello è un’asta di ferro pieno che sostiene il vetro soffiato dall’estremità opposta alla canna da soffio, permettendo al maestro di lavorare e rifinire la parte che era attaccata alla canna stessa.
Il piccolo segno circolare che si vede sul fondo di molti oggetti in vetro soffiato autentico è proprio il “pontil mark”, la traccia lasciata dal distacco del pontello: in un oggetto artigianale è un segno di autenticità, non un difetto.
Le tagianti sono grosse forbici usate per tagliare il vetro in eccesso durante la lavorazione, prima che si raffreddi.
Si distinguono in tagianti dritte, per tagli netti e lineari, e tagianti tonde, per tagli curvilinei che seguono la forma dell’oggetto in lavorazione.
Il compasso viene usato dal maestro prima e durante la lavorazione per verificare le misure del vetro semilavorato e confrontarle con quelle di un oggetto campione o di un righello di riferimento.
In una lavorazione artigianale in cui ogni oggetto è unico, il compasso è lo strumento che garantisce la coerenza dimensionale tra pezzi destinati a formare un insieme, come un servizio di bicchieri o una serie di candelieri.
Il forno di raffreddamento
La muffola non è uno strumento da mano ma un forno di raffreddamento, costruito con blocchi di materiale refrattario, dove gli oggetti appena terminati vengono inseriti a una temperatura di circa 550 gradi.
A fine giornata il forno viene chiuso, il riscaldamento spento, e gli oggetti vengono lasciati raffreddare lentamente durante la notte fino al giorno successivo.
Questo processo, chiamato ricottura, è fondamentale: un raffreddamento troppo rapido creerebbe tensioni interne nel vetro che lo porterebbero a spaccarsi, anche ore o giorni dopo la lavorazione.
Perché questi strumenti sono rimasti invariati da secoli
La domanda viene spontanea: perché in un mondo che cambia tutto in continuazione, questi attrezzi non si sono evoluti?
La risposta è che il vetro soffiato non ha bisogno di tecnologia: ha bisogno di mani.
La canna, le borselle, il magiosso: sono strumenti che rispondono direttamente alla sensibilità del maestro, amplificandola senza mediazioni.
Qualsiasi automazione introdotta nel processo spezzerebbe quel dialogo tra l’uomo e il materiale che rende ogni oggetto di Murano unico e irripetibile.
È per questo che un oggetto autentico in vetro di Murano non assomiglia mai esattamente a un altro: anche quando un maestro ripete lo stesso pezzo cento volte, il fuoco, la velocità di rotazione, la temperatura dell’aria cambiano ogni volta.
Riconoscere un vetro di Murano autentico
Conoscere gli strumenti del maestro vetraio aiuta anche a riconoscere il lavoro autentico da quello industriale.
Il pontil mark sul fondo, le piccole variazioni di spessore, le bolle d’aria minuscole intrappolate nella massa vitrea: sono i segni del lavoro a mano, non imperfezioni.
Per approfondire come nasce un oggetto in vetro di Murano dall’inizio alla fine, leggi il nostro articolo sul processo artigianale completo.
Se ti interessano le tecniche decorative, trovi tutto sulle murrine e le loro lavorazioni e sulla tecnica della filigrana.
Per conoscere le grandi famiglie e le vetrerie storiche che hanno fatto la storia di Murano, leggi l’articolo sulla famiglia Barovier e quello sulla vetreria Venini.
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