Arrivare in Piazza San Marco dalla laguna significa vederle prima di qualsiasi altra cosa.
Due colonne di granito orientale, alte tredici metri ciascuna, che si ergono sulla Piazzetta di San Marco come un cancello aperto verso la laguna.
Per secoli sono state il primo simbolo che ogni visitatore, mercante, ambasciatore o pellegrino incontrava entrando nella Serenissima dal Bacino di San Marco.

Eppure la maggior parte di chi ci passa accanto, o ci passa in mezzo, non sa quasi nulla di quello che quelle colonne hanno visto.
Non sa che una terza colonna avrebbe dovuto starci in mezzo, e giace ancora sul fondo della laguna da più di ottocento anni.
Non sa che il leone alato che le veglia dall’alto potrebbe essere arrivato dalla Cina imperiale, non dall’Oriente mediterraneo come si è sempre creduto.
E non sa che attraversare quello spazio tra le due colonne, per i veneziani, porta ancora oggi una sfortuna difficile da scrollarsi di dosso.
La storia delle colonne: da Costantinopoli alla Piazzetta
Le colonne non sono veneziane di nascita.
Arrivarono a Venezia nel 1172, durante il dogato di Sebastiano Ziani, trasportate via mare da Costantinopoli come parte di un bottino diplomatico e commerciale dalle campagne d’Oriente.
Erano tre, non due: tre fusti imponenti di granito rosa e grigio, destinati a diventare il simbolo visibile della potenza della Serenissima.
Una di esse, però, non arrivò mai a destinazione.
Durante le delicate operazioni di trasbordo nel Bacino di San Marco, la terza colonna scivolò dai supporti e affondò nelle acque della laguna, dove si trova ancora oggi.
Le due superstiti rimasero a lungo distese a terra sulla Piazzetta, perché nessuno riusciva a trovare il modo di erigerle senza danneggiarle.
Fu un ingegnere di Bergamo, Niccolò Barattieri, già noto per aver ideato il sistema di carrucole usato nella costruzione della cella campanaria del Campanile di San Marco, a trovare la soluzione.
L’intuizione era semplice quanto efficace: bagnare le grosse corde usate come tiranti, fissarle alle estremità delle colonne e lasciarle asciugare.
Asciugandosi, le corde si contraevano e si tendevano, esercitando una trazione costante che permetteva di sollevare la colonna di qualche centimetro alla volta, inserendo cunei di legno sotto il fusto man mano che saliva.
Come ricompensa per aver risolto un problema che aveva bloccato Venezia per anni, Barattieri ricevette il privilegio esclusivo di gestire il gioco d’azzardo ai piedi delle due colonne, un’attività che gli permise di arricchirsi considerevolmente.
Una storia lunga mille anni
~VII-IX secolo d.C.
Il leone nasce in Cina — secondo analisi isotopiche recenti, la statua sarebbe uno zhènmùshòu della dinastia Tang (618-907 d.C.), un guardiano di tombe in bronzo originario del bacino dello Yangtze.
1172
Tre colonne da Costantinopoli — le galere della Serenissima tornano dalla Seconda Crociata portando tre fusti di granito orientale per il Doge Sebastiano Ziani. Durante il trasbordo, la terza affonda nel Bacino di San Marco.
1172-1178
Niccolò Barattieri le erige — l’ingegnere bergamasco risolve il problema con la tecnica delle corde bagnate. Come compenso ottiene l’esclusiva del gioco d’azzardo tra le colonne.
Metà XIII secolo
Lo spazio tra le colonne diventa il patibolo — le esecuzioni capitali della Serenissima vengono trasferite tra i due fusti, a vista su tutto il Bacino. La superstizione veneziana nasce qui.
1797
Napoleone porta il leone a Parigi — la statua viene rimossa come bottino di guerra e collocata nella Place des Invalides. Per la Serenissima è anche la fine.
1815
Il ritorno e la caduta — il leone torna a Venezia con la Restaurazione, ma durante il trasporto cade e si frantuma in pezzi. Viene restaurato dallo scultore Bartolomeo Ferrari.
25 aprile 1991
Il leone viene riposizionato — dopo la rimozione precauzionale durante la Seconda Guerra Mondiale e i successivi restauri, la statua torna sulla colonna nel giorno della festa di San Marco.
Il leone che forse viene dalla Cina
La storia ufficiale dice che il leone alato è una chimera di origine ellenistica, forse proveniente da Tarso in Anatolia, a cui vennero aggiunte le ali per farne il simbolo evangelico di San Marco.
Una storia plausibile, suggestiva, e che regge bene per secoli.
Poi arrivano le analisi isotopiche del piombo.
Ricercatori hanno applicato alla statua la spettrometria di massa per risalire all’origine geologica del rame utilizzato nel bronzo, e i risultati indicano il bacino inferiore del fiume Yangtze, nella Cina orientale.
Il profilo della scultura coinciderebbe con quello di uno zhènmùshòu, una creatura fantastica della tradizione funeraria cinese della dinastia Tang (618-907 d.C.): guardiani di tombe con muso e criniera da leone, orecchie appuntite, corna e ali spiegate.
Se questa ipotesi fosse confermata, il simbolo più riconoscibile di Venezia nel mondo non sarebbe né greco né romano né medievale, ma cinese di mille e quattrocento anni fa.
Arrivato probabilmente a Costantinopoli attraverso la Via della Seta, acquistato o trafugato nei mercati levantini, e da lì imbarcato verso la laguna su cui avrebbe poi vegliato per secoli.
C’è una certa logica poetica in tutto questo: Venezia era la porta tra Oriente e Occidente, e il suo simbolo potrebbe essere la sintesi più perfetta di questa doppia identità.
Le due colonne: San Marco e San Teodoro
Ciascuna delle due colonne racconta una storia diversa, e conviene fermarsi a guardare bene prima di passare oltre.
Il mistero della terza colonna: la notte del settembre 1172
Per capire come andò davvero, bisogna immaginare la scena.
Era il settembre del 1172 e le galere della Serenissima stavano rientrando nel Bacino di San Marco dopo la Seconda Crociata.
Non era un rientro trionfante: pochi risultati militari, molti feriti, e la sensazione amara di chi è partito con grandi ambizioni e torna con il bottino più simbolico che concreto.
Il capitano Jacopo Orseolo Falier sapeva che la sconfitta avrebbe dovuto giustificarla davanti al Doge Sebastiano Ziani, e si era preparato un argomento potente.
Tra le stive delle sue navi c’erano tre colonne di granito orientale, ciascuna con una statua destinata a diventare il simbolo di Venezia: San Teodoro che uccide il drago, una chimera di bronzo che avrebbe fatto da leone alato di San Marco, e una figura imponente con il corno ducale in testa.
Falier aveva trovato quella terza statua al mercato di Costantinopoli quasi per caso, riconoscendo nella sagoma del copricapo una somiglianza con il corno dogale veneziano.
Non sapeva dove fosse stata scolpita, né chi raffigurasse davvero, ma era convinto che una volta eretta sulla Piazzetta nessuno avrebbe chiesto spiegazioni.
Quella sera, mentre la folla dei veneziani si accalcava sulla Piazzetta ad attendere il ritorno delle navi, qualcosa andò storto durante le operazioni di scarico.
I supporti che reggevano la terza colonna cedettero.
Il fusto di granito scivolò, inclinandosi lentamente e poi accelerando, e finì nelle acque del Bacino di San Marco con un tonfo che tutti sentirono.
Non ci fu nulla da fare: il granito orientale, denso e pesante, affondò rapidamente sul fondale della laguna.
Quella colonna è ancora lì.
L’ingegno di Niccolò Barattieri
Con due colonne invece di tre e l’umiliazione dello sbarco ancora fresca, Venezia si trovò davanti a un secondo problema: come erigere quelle che erano rimaste.
Nessuno riusciva a trovare una soluzione sicura per sollevare fusti di granito di quella dimensione senza che si fratturassero o crollassero.
Barattieri era già conosciuto per aver risolto problemi strutturali complessi: era stato lui a ideare il sistema di carrucole per la cella campanaria del Campanile di San Marco, e il Doge sapeva che se c’era qualcuno capace di trovare una via, era lui.
La soluzione che Barattieri propose era tanto elementare da sembrare quasi ovvia: fissare grosse corde ai fusti delle colonne quando erano ancora bagnate d’acqua di mare, lasciare che si asciugassero lentamente, e sfruttare la contrazione delle fibre per generare una trazione costante e progressiva.
Man mano che le corde si ritiravano, i fusti si sollevavano di qualche centimetro, e in quei centimetri venivano inseriti cunei di legno che consolidavano il progresso.
Ripetuto con pazienza per settimane, questo procedimento permise di erigere entrambe le colonne senza incidenti.
Come compenso, Barattieri ottenne il privilegio esclusivo di gestire il gioco d’azzardo ai piedi delle due colonne, un’attività che ai tempi era redditizia e socialmente tollerata, almeno in quello spazio preciso.
Una concessione curiosa, se si pensa che nel giro di pochi anni quello stesso spazio sarebbe diventato il luogo delle esecuzioni capitali di Venezia.
Tra le colonne si moriva: il patibolo della Serenissima
Dalla metà del XIII secolo, lo spazio compreso tra la colonna di San Marco e quella di San Teodoro divenne il luogo ufficiale delle esecuzioni capitali della Repubblica.
I condannati venivano portati lì alla luce del giorno, a vista su tutto il Bacino di San Marco e su chiunque si trovasse sulla Piazzetta.
Era una scelta precisa: lo spazio era visibile da lontano, arrivando dal mare, e le esecuzioni avvenivano con i condannati rivolti verso la Torre dell’Orologio, le spalle alla laguna.
Da qui nasce il detto veneziano “te fasso vedar mi che ora che xe”, ti faccio vedere io che ora è, con il significato minaccioso di chi allude a una punizione esemplare.
E da qui nasce, soprattutto, la superstizione che ancora oggi accomuna quasi tutti i veneziani: non si passa tra le due colonne.
Non è una regola scritta, non è un divieto ufficiale.
È qualcosa di più sottile: una memoria collettiva che passa di generazione in generazione, il ricordo vago e persistente di secoli in cui quello spazio era associato alla morte e alla sfortuna.
Anche l’espressione dialettale “esser tra Marco e Todaro” viene da lì: significa trovarsi in una situazione senza via d’uscita, bloccato tra due difficoltà opposte senza sapere come cavarsela.
Oggi i turisti ci passano in mezzo senza pensarci, fotografando le colonne da ogni angolazione possibile.
I veneziani, quelli veri, fanno un piccolo giro largo.
Colonne come reliquie di pietra
C’è un filo sottile che collega le colonne della Piazzetta ad altri oggetti sacri e simbolici portati a Venezia dall’Oriente nei secoli: le reliquie, i manufatti, i simboli di potere che la Serenissima raccoglieva con la stessa cura con cui raccoglieva spezie e tessuti pregiati.
Se ti interessa approfondire questo tema, sul nostro blog trovate un articolo dedicato a un’altra colonna celebre legata alla storia cristiana, quella della Flagellazione conservata a Roma, anch’essa con una storia di viaggi, trasferimenti e misteri di autenticità che risuonano con le storie veneziane.
E se siete curiosi di capire come l’arte sacra di tradizione bizantina si è intrecciata con la storia veneziana nel corso dei secoli, trovate una lettura approfondita nell’articolo sull’arte delle icone sacre, una tradizione che a Venezia ha lasciato tracce profonde.
Venezia è fatta così: ogni pietra ha una storia che porta da qualche altra parte, e ogni storia ne apre un’altra.
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