C’è una data che molti amanti dell’arte difficilmente dimenticheranno: venerdì 13 marzo 2026.
Quasi un segno del destino, la giornata più scaramantica dell’anno è quella scelta — involontariamente — dall’agenzia Reuters per pubblicare un’inchiesta che ha fatto il giro del mondo in poche ore.
Il titolo? “In Search of Banksy”.
Il contenuto? Quello che in tanti si aspettavano, o forse temevano: il nome dell’artista più misterioso degli ultimi trent’anni.
Vi racconto subito la notizia, e poi vi dico quello che ne penso.
Perché, dopo più di vent’anni tra antiquariato, perizie e mercato dell’arte, ho qualcosa da dire che probabilmente non avete letto da nessun’altra parte.
Un venerdì 13 che non dimenticheremo
Tre giornalisti Reuters — Simon Gardner, James Pearson e Blake Morrison — hanno pubblicato il risultato di mesi di indagine giornalistica: l’identità di Banksy sarebbe Robin Gunningham, nato a Bristol nel 1973.
Lo stesso nome che era già emerso nel 2008, quando il Mail on Sunday aveva condotto un’inchiesta analoga, salvo poi fare marcia indietro sotto le pressioni del manager dell’artista.
Ma questa volta la ricostruzione è più solida.
I reporter hanno visitato i luoghi dove erano apparse le famose opere in Ucraina nel 2022 — in particolare la piccola località di Horenka — raccogliendo testimonianze degli abitanti e analizzando video e fotografie.
Hanno incrociato questi dati con documenti giudiziari, tra cui i verbali di un arresto avvenuto a New York nel 2000, durante il quale sarebbe stata trovata una confessione scritta a mano.
Il risultato: tutte le prove puntano verso Gunningham.

Con un dettaglio in più rispetto al 2008: da allora, quell’uomo avrebbe cambiato legalmente il suo nome.
E il nuovo nome scelto è David Jones — che è poi il nome anagrafico di David Bowie.
Coincidenza? Ammirazione? O l’ennesima trovata geniale di un artista che ha sempre giocato con le identità e i simboli?
Chi è Robin Gunningham, l’uomo dietro la maschera
Da Bristol alla fama mondiale
Stando alle ricostruzioni, Robin Gunningham ha frequentato la Bristol Cathedral School, dove si divertiva già a creare fumetti e dove ricevette premi per le sue opere d’arte.
Bristol non è uno sfondo casuale: negli anni Novanta quella città era uno dei centri più fermentanti della scena musicale e artistica alternativa britannica.
È lì che nacque il trip-hop, la musica dei Massive Attack e di Portishead.
È lì che un ragazzo di talento iniziò a spruzzare stencil sui muri, mescolando provocazione politica e ironia tagliente.
L’inchiesta Reuters ha anche definitivamente chiarito uno dei misteri che più hanno alimentato le speculazioni negli anni: Robert Del Naja, frontman dei Massive Attack, non è Banksy.
È però stato un collaboratore stretto: i due avrebbero realizzato alcune opere insieme. Un’informazione che, devo ammettere, non mi sorprende affatto.
Quando si è giovani e si vive in una scena creativa come quella di Bristol degli anni Novanta, si fanno cose insieme.
Poi le strade si separano, e qualcuno diventa famoso in un modo, qualcuno in un altro.
Il cambio di nome in David Jones: un omaggio a Bowie?
Il dettaglio che più mi ha colpito, e che ho trovato straordinariamente poco commentato negli articoli che ho letto in queste ore, è proprio la scelta del nuovo nome.
David Jones è il nome di battesimo di David Bowie — il musicista che forse più di tutti ha giocato con le identità, gli alter ego e le maschere.
Ziggy Stardust, Aladdin Sane, The Thin White Duke: Bowie ha costruito una carriera sull’idea che l’artista possa moltiplicarsi, non essere uno soltanto.
Se Banksy ha scelto deliberatamente quel nome, ci sta dicendo qualcosa di preciso: che lui stesso è un personaggio, non una persona.
Che “Banksy” non è Robin Gunningham così come Ziggy Stardust non era David Jones.
Un livello di consapevolezza artistica, mi viene da dire, che fa impallidire molti artisti che parlano di concettuale ma vivono come borghesi qualsiasi.
Peraltro, non è un caso che Banksy abbia realizzato proprio un ritratto della Regina Elisabetta con il volto di Ziggy Stardust. I fili si intrecciano.
L’indagine Reuters: come hanno fatto a scoprirlo
Il metodo usato da Reuters merita un cenno, perché è più sofisticato di quanto sembri.
Il punto di partenza sono state le opere apparse in Ucraina nell’autunno del 2022, quando Banksy aveva confermato personalmente sul suo profilo Instagram la paternità dei murales, dipinti su edifici distrutti dalla guerra come atto di solidarietà.
Una scelta nobile, ma — come spesso accade — è proprio quando si abbassa la guardia per fare qualcosa di buono che si rischia di essere scoperti.
I giornalisti si sono recati fisicamente a Horenka e nelle altre località ucraine, mostrando agli abitanti fotografie di diversi street artist.

Le testimonianze raccolte puntavano sempre nella stessa direzione.
Poi sono arrivati i documenti giudiziari americani, le analisi video e le corrispondenze degli spostamenti.
Un lavoro certosino, che ricorda — e lo dico da esperto che ha partecipato a perizie complesse — il metodo usato per le attribuzioni di dipinti anonimi: si parte dai dati certi, si costruisce una rete di prove circostanziali, si arriva a un’ipotesi che resiste alle controprove.
L’avvocato di Banksy, Mark Stephens, ha scritto a Reuters affermando che il suo cliente «non accetta che molti dei dettagli contenuti nell’inchiesta siano corretti» e ha sollevato il tema della privacy.
Reuters ha deciso di pubblicare comunque, ritenendo che l’identità di una figura con un’influenza così rilevante sulla cultura, sull’industria dell’arte e sul dibattito politico internazionale sia una questione di interesse pubblico.
Ma è davvero una notizia? La mia visione da antiquario
Eccoci al punto. Perché vi ho detto all’inizio che avevo qualcosa da aggiungere, qualcosa che forse non avete letto altrove.
E lo dico con la schiettezza che mi contraddistingue, dopo oltre vent’anni a maneggiare opere d’arte, a fare perizie, a costruire provenienz.
Quando l’anonimato vale quanto la firma
Nel mio lavoro, la domanda «chi ha fatto questo?» vale tutto.
Un dipinto attribuito a Tiziano vale milioni; lo stesso dipinto attribuito a un ignoto pittore veneto del Cinquecento vale qualche decina di migliaia di euro.
L’identità dell’autore non è un dettaglio biografico: è il cuore del valore economico e culturale di un’opera.
Ma Banksy ha fatto qualcosa di spiazzante: ha trasformato l’assenza di identità in una forma d’arte.
L’anonimato non è il suo segreto. È la sua firma. È la cosa più riconoscibile che esista.
Tutti sanno cos’è un Banksy appena lo vedono: lo stencil, la critica sociale, il dettaglio paradossale. Eppure nessuno sapeva chi fosse.
Questa contraddizione — riconoscibilissimo eppure senza volto — era in sé un’opera d’arte.
Pensateci: Banksy ha venduto opere milionarie attraverso un ufficio di autenticazione, il Pest Control, senza mai mettere la sua faccia su niente.
Ha fatto una mostra a Dismaland. Ha fatto girare una nave di salvataggio per migranti nel Mediterraneo. Ha finanziato progetti politici. Tutto questo senza mai apparire.
È un livello di coerenza artistica che pochissimi artisti della storia hanno raggiunto.
Cosa cambia (e cosa non cambia) per il mercato
La domanda pratica che si stanno facendo collezionisti e galleristi di tutto il mondo è: cambia qualcosa sul piano del valore?
La mia risposta, e vi prego di prenderla per quello che vale — il parere di un professionista, non una certezza assoluta — è: nel breve periodo, probabilmente no. Nel medio-lungo, dipende da cosa farà Banksy adesso.
Le opere autenticate dal Pest Control manterranno il loro valore. L’autenticazione non dipende dall’identità anagrafica dell’artista, ma dall’ufficio che lo rappresenta.
Se domani Robin Gunningham smettesse di fare Banksy, le opere esistenti non perderebbero il loro valore storico — esattamente come le opere di un pittore antico non perdono valore perché l’autore è morto. Anzi.
Il vero rischio — e qui parlo da esperto che ha visto molte bolle gonfiarsi e sgonfiarsi — è un altro: che la rivelazione dell’identità sveli anche le contraddizioni di Banksy.
Un artista che critica il consumismo e il mercato, ma le cui opere sono battute a cifre da capogiro nelle aste più blasonate del mondo.
Un ribelle anonimo che aveva bisogno dell’anonimato anche per non dover rispondere di queste contraddizioni.
Con un nome e un volto, diventa più difficile mantenere quella postura.
Il paradosso dell’autenticazione: Pest Control e il futuro
C’è un aspetto tecnico di cui si parla pochissimo e che invece, nel mio campo, è fondamentale.
Tutte le opere di Banksy vengono autenticate dal Pest Control Office, l’ufficio creato dall’artista stesso per certificare l’autenticità delle sue opere.
Senza il certificato del Pest Control, un’opera di Banksy — anche se autentica — non vale nulla sul mercato primario e perde significativamente di valore sul secondario.

Ora che l’identità potrebbe essere pubblica, si pone una domanda interessante: continuerà il Pest Control a operare nello stesso modo?
E soprattutto: se Banksy (o Robin Gunningham, o David Jones) volesse smentire tutto, come nella migliore tradizione dei suoi colpi di teatro, cosa succederebbe?
Ricordate quando la bambina col palloncino si autodistrusse all’asta, subito dopo essere stata venduta per oltre un milione di sterline?
Quella non era solo arte: era un commento sul mercato dell’arte, in tempo reale, sul palcoscenico più visibile del mondo.
Non sarebbe sorprendente, onestamente, se nei prossimi giorni emergesse una nuova opera di Banksy che commenta ironicamente proprio questa rivelazione.
Sarebbe l’ultima trovata geniale di un artista che ha sempre avuto l’ultima parola.
Il mistero più bello è quello che resiste
Mi fermo qui, anche se avrei ancora molto da dire. Vi lascio con un pensiero che mi è venuto stamattina, leggendo la notizia mentre aprivo il negozio.
Nel mondo dell’arte, i misteri più grandi hanno quasi sempre una risposta deludente.
Chi ha dipinto la Gioconda? Leonardo — e sì, ci sono ancora teorie strampalate, ma lo sappiamo.
Chi era il Maestro di Flemalle? Probabilmente Robert Campin, un pittore fiammingo relativamente oscuro.
Il mistero, quando si risolve, lascia quasi sempre un senso di vuoto.
Con Banksy è diverso. Perché anche se Reuters ha pubblicato il nome, anche se le prove sembrano solide, rimane qualcosa di irrisolto.
L’avvocato ha smentito. Non ci sono conferme dirette. E soprattutto: anche se domani Banksy tenesse una conferenza stampa e dicesse «sono Robin Gunningham», non cambierebbe nulla di quello che ha fatto.
I muri di Gaza, il palloncino della bambina, i topi metropolitani, la nave Louise Michel che salva i migranti — quelle cose sono reali, indipendentemente da chi le ha fatte.
Forse è questo il vero lascito di Banksy: averci dimostrato che l’arte può esistere senza l’artista. Che il messaggio può essere più potente del messaggero.
E che, in un mercato dell’arte che spesso vende più la storia dell’autore che le opere stesse, questa è una rivoluzione silenziosa che vale molto più di qualsiasi nome anagrafico.
Se questo articolo vi ha incuriosito, vi invito a leggere anche il nostro approfondimento su Banksy e la sua street art e la nostra analisi dei murales di Natale 2025 a Londra. E se avete opere di arte contemporanea di cui vorreste conoscere il valore, non esitate a contattarci: siamo qui per questo.