Il termine giapponese Okimono è composto da due parole: oku (置), che significa “mettere” o “posizionare”, e mono (物), che significa “cosa” o “oggetto”. Letteralmente, la traduzione è “oggetto da posare” o “oggetto da esposizione”.
A differenza di molti altri manufatti giapponesi che avevano una funzione pratica (come i vasi per i fiori o i contenitori per il tabacco), l’okimono nasce con uno scopo puramente estetico e contemplativo.
È un ornamento destinato a decorare gli interni delle abitazioni, celebrando la bellezza della natura, la mitologia o scene di vita quotidiana.
Il termine fu registrato per la prima volta in occidente nel 1886 da William Anderson, un celebre studioso e collezionista che contribuì a far conoscere l’arte giapponese in Gran Bretagna.
Il Tokonoma: La Nicchia Sacra dell’Okimono
Per capire l’importanza di un okimono, bisogna comprendere dove veniva esposto.
Nelle case tradizionali giapponesi, l’ambiente principale era caratterizzato dal Tokonoma, una piccola nicchia rialzata considerata il cuore spirituale della stanza.
All’interno del Tokonoma venivano posti pochi elementi selezionati:
- Un Kakemono (pergamena dipinta) appeso alla parete
- Un Ikebana (composizione floreale)
- Un Okimono
L’okimono non era un semplice soprammobile, ma un elemento che doveva armonizzarsi con la stagione corrente o con l’importanza dell’ospite ricevuto.
Se l’oggetto era particolarmente prezioso, occupava il centro della nicchia; se meno formale, veniva posto su scaffali asimmetrici chiamati chigai-dana.
Evoluzione Storica: Dal Periodo Edo al Periodo Meiji
La storia degli okimono è segnata da un drastico cambiamento sociale e politico avvenuto in Giappone nel XIX secolo.
Il Periodo Edo (1603-1868)
Durante l’epoca dei Samurai, gli okimono erano per lo più di dimensioni ridotte.
Gli artigiani erano specializzati nella creazione di netsuke (piccoli bottoni scultorei usati per fissare contenitori alla cintura del kimono).
Tuttavia, già nel tardo periodo Edo, con la crescita della classe mercantile, iniziò ad aumentare la richiesta di sculture puramente decorative per le case cittadine.
Il Periodo Meiji (1868-1912) e l’Apertura all’Occidente
Con la Restaurazione Meiji, il Giappone si aprì al mondo.
I Samurai scomparvero e con essi l’uso del kimono tradizionale, portando al declino della richiesta di netsuke.
Gli artisti, per sopravvivere, dovettero riconvertire il loro immenso talento: iniziarono così a produrre okimono di grandi dimensioni destinati al mercato occidentale.
In questo periodo, gli okimono divennero protagonisti delle Grandi Esposizioni Universali (Parigi, Londra, Chicago).
Gli occidentali rimasero folgorati dal realismo estremo di queste sculture, dando vita a un collezionismo frenetico che dura ancora oggi.
Materiali e Tecniche: Avorio, Bronzo e Legno
Un okimono può essere realizzato in una varietà incredibile di materiali, ognuno dei quali richiede una specializzazione diversa.
- Avorio di elefante: È forse il materiale più iconico per gli okimono. Gli artisti giapponesi del periodo Meiji erano capaci di intagliare l’avorio con una precisione tale da rendere visibili le venature dei tessuti o le singole rughe del volto. Spesso le sculture venivano rifinite con la tecnica dello shibayama, ovvero intarsi di madreperla, corallo e tartaruga.
- Bronzo e Metalli: La lavorazione dei metalli raggiunse livelli eccelsi. Artisti come Yamada Sōbi divennero famosi per la capacità di battere un’unica lamiera di ferro o bronzo fino a ottenere figure tridimensionali. Spesso venivano usate leghe particolari come lo shakudo (oro e rame) o lo shibuichi (argento e rame) per ottenere sfumature cromatiche uniche.
- Legno di Bosso (Boxwood): Molto apprezzato per la sua densità e grana fine, che permetteva dettagli minuscoli. Spesso gli okimono in legno venivano patinati per simulare l’antichità o per esaltare le venature naturali.
Soggetti e Simbologia: Un Universo in Miniatura
Cosa raffigurano gli okimono? Praticamente ogni aspetto della vita e della mitologia giapponese:
- Divinità e Figure Mitologiche: Molto comuni sono i Sette Dei della Fortuna (Shichifukujin), come Hotei (il dio della contentezza) o Daikoku (dio della ricchezza). Anche draghi, fenici e kirin (creature leggendarie) sono soggetti frequenti.
- Scene di Vita Quotidiana: Contadini con i loro prodotti, pescatori con le reti, artigiani al lavoro o madri con bambini. Queste opere sono preziose testimonianze etnografiche del Giappone rurale.
- Natura e Animali: Scimmie, elefanti, rane e uccelli sono scolpiti con un realismo quasi scientifico. Spesso l’animale porta con sé un significato simbolico (la tartaruga per la longevità, la scimmia per l’astuzia).

Una Sottocategoria Affascinante: Il Jizai Okimono
Il Jizai Okimono merita una menzione speciale.
Si tratta di figure articolate, solitamente realizzate in metallo (bronzo, ferro o argento), che riproducono insetti, crostacei, draghi o pesci.
La loro particolarità è la mobilità: grazie a un complesso sistema di giunture e incastri, queste sculture possono muoversi esattamente come l’animale reale (le zampe di un granchio che si piegano, il corpo di un drago che si snoda).
Nate dall’abilità dei fabbricanti di armature per Samurai rimasti senza lavoro, sono oggi tra i pezzi più costosi e ricercati al mondo.
Okimono vs Netsuke: Qual è la differenza?
Sebbene esteticamente simili, la differenza è fondamentale:
- Funzione: Il Netsuke è un oggetto funzionale (un bottone/fermo); l’Okimono è puramente decorativo.
- I Himotoshi: Il netsuke presenta sempre due piccoli fori (himotoshi) attraverso cui passava il cordoncino di seta. L’okimono, non dovendo essere appeso, non ha fori.
- Dimensioni: Mentre il netsuke deve essere piccolo e compatto per non dare fastidio alla cintura, l’okimono può raggiungere dimensioni considerevoli (anche 30-40 cm).
Guida al Collezionismo: Come Valutare un Okimono
Il mercato degli okimono antichi è fiorente, ma richiede competenza per evitare falsi o pezzi di scarso valore.
- La Firma (Mei): Molti okimono sono firmati dall’autore sulla base, spesso all’interno di un tassello in lacca rossa o inciso direttamente nel materiale. Nomi come Ishikawa Komei o Asahi Gyokuzan indicano pezzi di qualità museale.
- Qualità dell’Intaglio: Osservate i dettagli “invisibili”: l’interno delle dita, le pieghe sotto le vesti, la capigliatura. Un grande maestro non lasciava zone non rifinite.
- Stato di Conservazione: Soprattutto negli esemplari in avorio, è importante verificare l’assenza di crepe profonde o restauri maldestri. Una leggera patina ambrata è indice di antichità e autenticità.
- Provenienza: Un pezzo proveniente da una collezione storica del periodo Meiji ha sempre un valore aggiunto.
Possedere un okimono significa portare in casa un frammento del pensiero filosofico giapponese: l’idea che la bellezza possa risiedere nella perfezione del minuscolo e che un oggetto immobile possa raccontare una storia in continuo movimento.
Che si tratti di un bronzo articolato o di un intaglio in avorio, l’okimono rimane una delle più straordinarie testimonianze del genio creativo umano.
