Fiorenzo Tomea (Zoppé di Cadore, 7 febbraio 1910 – Milano, 16 novembre 1960) è stato una figura centrale e complessa della pittura italiana del Novecento.
La sua eredità artistica è un viaggio sospeso nel tempo, che celebra la vita nelle sue sfumature, dalla bellezza all’introspezione, dalla serenità alla tragedia, attraverso una profonda riflessione sulla condizione umana.

Dall’infanzia in Cadore alla formazione milanese
Ultimo di dieci figli, Tomea trascorse un’infanzia segnata dalla povertà nel natio Cadore.
La morte del padre, Carlo, nel 1920, lo costrinse a trasferirsi due anni dopo a Milano con il fratello Giovanni, dove svolse diversi mestieri, da operaio in un’osteria, a lavoratore in un circo, fino a venditore ambulante.
La sua carriera artistica prese slancio nel 1926, quando si trasferì a Verona e iniziò a frequentare i corsi serali dell’Accademia Cignaroli.
Qui conobbe e strinse amicizia con Sandro Bini, Renato Birolli e Giacomo Manzù.
Nel 1928, tornato a Milano dopo i due anni di corso, entrò in contatto con figure importanti come Aligi Sassu, Bruno Cassinari, Domenico Cantatore e Francesco Messina.
Un incontro determinante per la sua crescita fu quello con il critico Edoardo Persico, giunto a Milano dopo l’esperienza con Il Gruppo dei Sei. Grazie a Persico, Tomea conobbe le opere di Carlo Carrà, Ottone Rosai, la pittura metafisica, l’Impressionismo, Paul Cézanne e le lettere di Vincent van Gogh.
Nel 1932, partecipò a una mostra collettiva organizzata da Persico presso la Galleria il Milione, insieme a Manzù, Birolli, Cortese e Grosso.

L’esperienza parigina e il trionfo a Milano
L’autunno del 1934 vide Tomea recarsi a Parigi per circa sei mesi con l’amico Aligi Sassu.
Qui poté studiare dal vivo le opere degli Impressionisti, di Cézanne, di Van Gogh e di James Ensor.
A Parigi incontrò anche diversi pittori italiani di rilievo, tra cui Gino Severini, Giorgio de Chirico, Filippo de Pisis, Achille Funi, Massimo Campigli e Renato Guttuso.
Al suo ritorno nel 1935, si stabilì definitivamente a Milano.
Fu in Viale Beatrice d’Este 17 che Fiorenzo Tomea visse e realizzò le sue opere più significative, trovando ispirazione sotto i grandi alberi del quartiere, dove risiedevano anche la pittrice Elisabetta Keller e il poeta Delio Tessa.
La stagione delle grandi mostre iniziò rapidamente: nel 1936 espose alla Galleria La Cometa di Roma con Manzù e Sassu.
Il 1937 fu un anno cruciale, in cui vinse la Medaglia d’oro del Ministero dell’Educazione alla VIII Mostra sindacale lombarda per il quadro Candele e Maschere.
Nello stesso anno, allestì la sua prima personale, sempre presso La Cometa, presentata da Carlo Carrà.
Tra i quadri importanti di questo periodo figurano La Tempesta, Il Drago, e Gli sposi (1939). Nel 1939, partecipò alla prima mostra del Gruppo di Corrente.
Il talento di Tomea fu riconosciuto a livello nazionale negli anni Cinquanta.
Dopo aver esposto con successo alla Galleria Barbaroux (1940), gli fu riservata una sala personale con diciannove opere alla XXIII Biennale d’arte di Venezia nel 1942, e nuovamente una sala personale alla Biennale del 1956.
Opere monumentali e riconoscimenti istituzionali
La sua produzione si estese anche all’arte sacra.
Nel 1943, su commissione di Angelo Moratti, realizzò un mosaico raffigurante Santa Barbara nelle miniere di Pietrafitta.
Nel 1945, eseguì due grandi affreschi, La resurrezione di Lazzaro e San Pietro che fa l’elemosina, nella chiesa parrocchiale di Marzio.
Negli anni Quaranta e Cinquanta ottenne numerosi premi: il primo Premio Auronzo (1947) con Case cadorine; il primo Premio alla Mostra di arte sacra dell’Angelicum di Milano (1948) per un Crocefisso di particolare valenza drammatica; e il secondo posto al Premio Marzotto (1954).
Un’opera monumentale che segnò la sua carriera fu Il Calvario.
Si tratta di un vasto mosaico di 800 metri quadrati, commissionato da Enrico Mattei per rivestire l’intera parete absidale della chiesa di Santa Barbara a Metanopoli, presso San Donato Milanese, già arricchita da opere di altri grandi artisti italiani.
L’opera, inaugurata nel dicembre 1958, fu terminata nonostante i sintomi della malattia che lo affliggevano.
Oltre alla sua attività pittorica, nel 1956 Tomea venne eletto Sindaco di Zoppé, carica che mantenne fino alla morte.
Nel 1960, poco prima di morire, Aglauco Casadio realizzò un documentario sulla sua vita e le sue opere, che vinse il Primo Premio alla III Mostra internazionale del film sull’arte di Venezia.
Dopo la sua morte, avvenuta il 16 novembre 1960 a Milano, gli furono dedicate mostre antologiche, tra cui una retrospettiva alla IX Quadriennale di Roma nel 1965 e una importante mostra a Palazzo delle Contesse di Mel nel 2002.
Le sue opere sono conservate, tra gli altri, nel Museo d’arte moderna Rimoldi di Cortina d’Ampezzo e nella Collezione Verzocchi di Forlì.
La poetica della fragilità e della solidità plastica
Tomea, figlio di pastori cadorini e autodidatta nel miglior senso del termine, sviluppò una pittura caratterizzata da una notevole solidità plastica e formale.
La sua arte rifletteva l’influenza dell’esperienza bellica, trasformandosi in una ricerca di un primordiale poetico che escludeva sentimenti tortuosi per abbracciare affetti più modesti e sereni.
Aspetti peculiari e temi ricorrenti:
La Candela come Memento Mori
Uno dei temi più peculiari e carichi di significato è quello delle candele, scheletri e maschere.
Tomea tratta le candele con una “vitalità romantica e leggendaria”, spesso ritraendole spente.
L’ispirazione gli venne trovandone una spenta in fondo alla stufa.
La candela diventa un simbolo della fragilità e della transitorietà della vita.
Queste candele, talvolta raffigurate come “colonne in pericolo”, sono legate ai teschi (moccoli ai teschi) in una parentela intuitiva che si evolve in una versione moderna della danza macabra o Trionfo della morte.

Paesaggio e Natura Morta
Tomea infonde un significato poetico in elementi quotidiani.
I paesaggi spesso presentano “vasti deserti pianori che incidono i loro orizzonti su cieli fortemente drammatici”, o “case pericolanti ancora in piedi per miracolo”.
Tra il 1955 e il 1957, si colloca la particolare serie detta Finestre, in cui l’artista coniuga i suoi due temi preferiti: il paesaggio e la natura morta.

Evoluzione cromatica e serenità interiore
L’opera di Tomea, pur oscillando tra serenità e tragicità, mostra un’evoluzione stilistica significativa.
Con il passare degli anni, i suoi colori si fecero sempre più chiari, rivelando una serenità interiore acquisita, mentre il suo stile evolveva verso una semplificazione compositiva.
Negli ultimi anni, la sua attenzione si concentrò anche sulla tematica religiosa, evidenziando un legame profondo tra il sacro e il quotidiano.
Fiorenzo Tomea ci ha lasciato un’eredità artistica di grande introspezione, nella quale la luce fugge l’allucinazione della candela e la pittura celebra la complessità dell’esperienza umana.
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