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Dino Buzzati Pittore: La Critica d’Arte tra Pregiudizi e Riconoscimenti

    Come ho già avuto modo di scrivere si può dire che la carriera di Buzzati pittore decolli il primo dicembre 1958 quando alla Galleria dei Re Magi, in Piazzetta Boito a Milano, venne inaugurata la sua prima mostra personale.

    Da quel momento l’attività di pittore diventa paritaria a quella di scrittore.

    In quattordici anni (1958/1971) annovera quasi 40 personali e diverse collettive ma quale fu la considerazione che il mondo dell’arte ebbe nei suoi confronti?

    Un intenso ritratto di Dino Buzzati

    L’Ingresso nel Mondo dell’Arte: “Un Intruso tra i Pittori”

    Buzzati forse peccava di ingenuità ma non era affatto uno sprovveduto tant’è che già nel “Il lasciapassare”, introduzione al bellissimo catalogo stampato dall’Officina d’Arte Grafica Lucini in occasione della sua prima personale “Le storie dipinte”, ammette di essere un intruso.

    La guardia che gli controlla il passaporto per entrare nel mondo dell’arte gli osserva:

    “Nella città dei pittori possono starci quelli che fanno i pittori di mestiere. Ma c’è anche il quartiere dei dilettanti. Se proprio ci tiene a restare con noi Lei può accomodarsi in quello là”.

    In “Un equivoco”, autopresentazione al bel catalogo “Dino Buzzati pittore”, Alfieri 1967, ricorda che una volta ebbe modo di mostrare i suoi lavori a Picasso il quale gli disse:

    “Per quello che posso giudicare a prima vista (dalle foto che mi mostra ndr) Lei probabilmente è più dotato di me ma se vuole un consiglio lasci perdere! Guardi me: io nella vita ho scritto molte poesie, alcune delle quali, le assicuro, bellissime. Niente da fare! Picasso è Picasso e basta. Due anni fa un amico editore le ha pubblicate. Sa quante copie vendute? Trentasette”.

    Il Pregiudizio della Critica: Scrittore o Pittore?

    Sebbene Buzzati non avesse dubbi sul suo valore artistico sapeva che i cosiddetti “pontefici dell’arte” non la pensavano allo stesso modo:

    “Coloro che amministrano gli onnipotenti mezzi di informazione sono disposti a mettere in vista un mio libro ma rispondono con un sorrisetto quando mi affaccio coi miei disegni e quadri”.

    Queste premesse sono opportune per ribadire che da sempre, salvo qualche eccezione, la critica dell’arte, ma anche quella letteraria, sono prevenute quando uno scrittore si affaccia nel mondo dell’arte o quando, viceversa un pittore si presenta in veste di scrittore.

    Una delle critiche che spesso venne rivolta a Buzzati è quella che fosse semplicemente un disegnatore peraltro mancante di tecnica, insomma un dilettante.

    Ma, se ben ricordo, qualche sapiente della materia non ha forse scritto che nell’arte del secondo novecento la tecnica è irrilevante?

    Van Gogh in vita non vendette un quadro perché era considerato un dilettante, uno che usava i colori puri perché non sapeva miscelarli, che non conosceva la tecnica delle velature, che non sapeva padroneggiare la prospettiva e nemmeno le proporzioni.

    Tutto ciò per dire che già nei primi decenni del secondo ottocento, quando nasce l’arte moderna, i criteri per valutare un artista cambiano.

    La Questione della Tecnica: Funzionale alla Poetica

    Se ci dovessimo basare solo sulla tecnica pittorica anche un genio come Magritte sarebbe considerato poco più che un dilettante e gli esempi potrebbero continuare.

    Buzzati con Osvaldo Patani (coautore) e Giorgio Upiglio (stampatore) mentre osservano una delle acquatinte di Buzzati che corredano “ Le gambe di Saint Germain

    Quello che fa differenza è quello e come lo si dice e allora una tecnica piena di lacune è però quasi funzionale alla forza espressiva di un quadro di Van Gogh o di Ligabue e cosi la tecnica quasi infantile di Buzzati è funzionale alla sua poetica.

    I Primi Riconoscimenti: Enzo Carli e Bruno Alfieri

    Ad ogni modo il primo ad occuparsi seriamente del pittore Buzzati è Enzo Carli (cfr. Dino Buzzati, Martello 1961) uno storico dell’arte di indiscussa credibilità, che coglie subito nel segno quale sia la validità pittorica del nostro:

    “la sua pittura, pur non proponendo inediti modi linguistici, nella garbata misura dei suoi riferimenti culturali si riscatta da ogni anonimo e banale vignettismo e superando le durezze e le ottuse e goffe ingenuità in cui cadono generalmente gli autodidatti, i dilettanti, i “peintres de dimanche” si afferma veramente come tale, sul piano di un gusto elegante e sottilmente allusivo”.

    Nel 1967 è Bruno Alfieri ad occuparsi di Buzzati che in “Dino Buzzati pittore”, afferma:

    “Il mezzo tecnico resta allo stadio più elementare, ma la forza del racconto figurato diventa arte”.

    Se poi qualcuno lo definisce “pittore da fumetti” trova invece che sia “pittore del meraviglioso e del misterioso”.

    Il Riconoscimento Postumo: Da Raffaele De Grada alla Pop Art

    Nel 1992 in occasione della grande retrospettiva che si tiene a Palazzo Reale per i venti anni della morte è Raffaele De Grada Jr. a curare il catalogo (cfr. Buzzati pittore, Giorgio Mondadori 1981)

    Se da una parte afferma che: “Le opere dipinte da Buzzati tra la fine degli anni sessanta e la morte ci danno l’impressione che il nostro artista abbia generosamente attinto alle esperienze della pop art americana e in particolare a quella di Roy Liechtestein.

    Senza voler avanzare inutili precedenze dobbiamo tuttavia ricordare che fin dal 1930 Buzzati aveva disegnato per il Popolo di Lombardia tutta una serie di illustrazioni e testatine che nella loro ironia del contemporaneo precedono di trent’anni i fumetti e i serials nordamericani” in un altro passaggio dichiara invece che: “anche Lui può essere in qualche modo collegato a una “scuola moderna”, a quella del surrealismo, una delle poche avanguardie che sopravviva alle ceneri della guerra”

    Perché Buzzati Resta Incompreso: Il Problema della “Teoria”

    Mi rammarica quando ancora oggi rilevo che non si vuol riconoscere a Buzzati anche la cittadinanza di pittore con la P maiuscola ma purtroppo, salvo alcune eccezioni, gli “addetti ai lavori” difettano del vizio del loro primo maestro, il Vasari.

    In altre parole invece di limitarsi a dar conto del valore o meno di ogni pittore, come ha sempre professato il grande, ci tengo a ricordarlo, Federico Zeri, hanno un’impostazione “evoluzionista” ovvero presumendo di vedere nella storia dell’arte un preciso disegno di sviluppo danno conto solo dei movimenti e dei pittori che tale opinabile disegno raffigurerebbero.

    Se un pittore non rientra in tale disegno, è difficilmente catalogabile, non rientra in alcun movimento, rappresenta un caso isolato allora è perduto.

    Per dirla con Tom Wolfe (cfr. Come ottenere il successo in arte, Allemandi 1987) a questi ultimi, Buzzati incluso, non mancano i sostenitori manca una teoria di supporto perché, diciamocelo chiaramente, è questa che serve oggi per essere credibili nel mondo dell’arte.